Il sentiero del ciolo

Archeologia e civiltà contadina nel Paesaggio di pietra del Capo di Leuca

Il sentiero del ciolo

Archeologia e civiltà contadina nel Paesaggio di pietra del Capo di Leuca

 

Paesaggi di pietra: un ambiente interamente costruito adattando la natura alle necessità
della vita; pietre intrise di umanità e di sudore […]. Le pietre sono testimonianze di rapporti
remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, ma soprattutto
pietre sovrapposte con perizia secolare per costruire una miriade di piccole costruzioni o
di muretti […]. In questa regione affamata di terra la pietra si trasforma da ostacolo in
materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura (VINCENZO CAZZATO).

 

Il paesaggio che fa da cornice al Canale del Ciolo è un susseguirsi di veri e propri monumenti della civiltà contadina: villaggi di capanne litiche circondati da dedali di muretti a secco, che si stagliano in perfetto equilibrio su un promontorio proteso verso il mare, dove l’orizzonte in alcune giornate limpide collima con la catena montuosa degli Acrocerauni.

Le opere in pietra testimoniano una continua lotta tra l’uomo e la natura, con il primo impegnato a liberare spazi coltivabili e arabili anche laddove la seconda sembrava nettamente prevalere.

L’asprezza di queste contrade è stata descritta da Cosimo De Giorgi, che ha percorso stradine campestri per discendere nelle valli e nei burroni, arrampicandosi tra i sassi delle colline che fiancheggiano l’Adriatico e la vegetazione tipica della Macchia mediterranea, che copre di verde tutto l’altopiano:

bisogna tentare una ginnastica da scojattoli, scriveva lo studioso-viaggiatore, per osservare i burroni profondi e tanto pittoreschi del Ciolo e di Novaglie, che somigliano alle gravine di Castellaneta nel Tarantino, e per visitare le grotte delle Prazziche, molto sollevate sul mare, di fronte all’immenso mare di Leuca.

Il sentiero, ora perfettamente fruibile, si snoda in un paesaggio mozzafiato a picco sul mare, dove lo sguardo spazia da Punta Palascìa (presso Otranto) al profilo erto dell’isola di Othonoi (Fanò).

Sulle alte falesie del Canalone, sospese tra Terra e Mare, si affacciano una miriade di cavità che da sempre hanno offerto riparo e protezione ad uomini ed animali.

La stessa località è stata intensivamente indagata, negli anni ’60, da un’equipe di archeologi dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana, coadiuvata da alcuni gruppi speleologici locali, con ottimi riscontri dal punto di vista della conoscenza della Preistoria salentina.

I depositi rinvenuti all’interno delle grotte hanno conservato importanti reperti che attestano una frequentazione fin da epoche molto remote.

Tra una pajara e una mantagnata, tra una liama e un muro paralupi, si giunge al cospetto di una cavità naturale che si apre a 35 metri sul livello del mare lungo il costone sudoccidentale del Canale del Ciolo.

Si tratta della Grotta dei Moscerini, così definita per via del cunicolo orizzontale infestato dai moscerini. Nel 1962 fu effettuato un piccolo saggio di scavo che ha messo in evidenza tracce di un focolare e numerosi frammenti di vasi ad impasto dell’età del Bronzo.

Dieci anni dopo, nel 1972, venne rilevata dal Gruppo Grotte Milano, condotto da Adriano Vanin, che segnalava la presenza non solo degli insetti ma anche di nasse utilizzate dai pescatori del luogo.

A poche decine di metri di distanza – a 60 metri s.l.m. – si individua una cavità, inglobata in una proprietà privata, il cui ampio ingresso è chiuso da un muretto a secco.

L’ambiente interno ospita un vecchio albero di fico che pare abbia trovato il suo habitat ideale, mentre delle buche nel sedimento di terra indiziano la presenza di piccoli mammiferi assopiti nel lungo letargo invernale.

La grotta è costituita da un ampio ingresso da cui si dirama un corridoio, il cui sviluppo si segue con lo sguardo per pochi metri. Un altro cunicolo, di ridotte dimensioni, si apre a circa tre metri di altezza sulla parete a sinistra.

Frammenti di ceramica ad impasto protostorica e acroma di incerta datazione si rinvengono qua e là sparsi, sia sulla superficie interna della grotta che sul terrazzamento antistante.

Sull’opposto pendio del Canale del Ciolo si apre, a 62 metri s.l.m., la Grotta Prazziche di Sopra, da alcuni anni attrazione di un noto locale notturno. Lunga 42 metri e larga 6 metri, è stata oggetto di due campagne di scavo svoltesi nel 1964 e 1965, che hanno messo in luce una stratigrafia con abbondante fauna (cervi, volpi, cavalli e bovidi) in associazione con industria litica su calcare forse del Paleolitico superiore.

Di estrema importanza archeologica è il rinvenimento di industria neolitica legata a tecniche di lavorazione paleolitiche, che dimostra il lento processo di neolitizzazione della popolazione indigena, rispetto ad altri gruppi umani della penisola già assimilati dalla nuova cultura neolitica.

I rinvenimenti più importanti da Grotta Prazziche sono stati effettuati dall’archeologo Borzatti Von Lowenstern. Si tratta di due oggetti d’arte mobiliare: un osso fluitato dipinto a macchie rosse ed un ciottolo graffito.

Un’altra cavità che ha conservato per millenni frammenti di storia umana è la Grotta della Serratura, in località Fogge, a nord del canalone.

Anche in questo caso le indagini di superficie hanno rilevato la presenza di un deposito archeologico che consisteva in ceramica riferibile a diverse fasi dell’età protostorica.
(Marco Cavalera)

grotte cipolliane (gagliano del capo)

Marco Cavalera, Marco Piccinni

La terra e il mare, due elementi dalle caratteristiche organolettiche agli antipodi, fisicamente distanti ma al contempo sempre così vicini: si rincorrono, bisticciano, si baciano.

Le acque dalle quali le terre sono emerse sembrano quasi che vogliano schiaffeggiare quelle rocce che ne sovrastano la superficie, per poi cullarle dolcemente pochi istanti più tardi, quando la rabbia è ormai scemata.

Lungo le falesie del Salento quelle rocce guardano costantemente il mare e si protendono ad esso con una velata nostalgia, rimpiangendo quasi i tempi che furono.

Una linea di confine, pattuita dopo estenuanti battaglie, sulla quale decisero di marciare alcuni dei primi insediamenti umani, probabilmente estasiati da quel tripudio di colori e profumi che gli dei hanno voluto porgere in dono.

Anche noi oggi camminiamo su quelle falesie; non ci sono più i Neanderthal, non c’è più il mare che ci guarda a testa in su, solo un mistura di profumo di timo, origano ed erba cipollina a conferire il tocco dell’artista alle Grotte Cipolliane.

Si tratta di tre ripari che si aprono sulla falesia esposta ad est, sull’alta scogliera a metà strada tra le località marine di Novaglie e Ciolo, nel territorio comunale di Gagliano del Capo.

Il mare, che ora si trova a 30 metri più in basso, un tempo invadeva con prepotenza questi ambienti. Lo testimonia la ricchissima documentazione di conchiglie, pecten e rudiste che ricopre completamente la superficie interna dei tre antri, scavati naturalmente nella roccia friabile e porosa del Terziario (65 – 1,8 milioni anni fa).

Il riempimento della cavità si caratterizza per la presenza di sabbie e detriti calcarei minuti, associati a industria litica (lamelle a dorso, piccoli grattatoi circolari) di tipo romanelliano (9-12 mila anni fa) e ad abbondantissimi resti faunistici (equidi, bovidi, cervidi, asini selvatici, piccoli mammiferi e uccelli).

Ovunque si appoggi il piede non si può fare a meno di calpestare minute selci scheggiate, frammenti fossili di ogni genere, gusci intatti di molluschi bivalvi che hanno permesso di avanzare l’ipotesi di un’economia prevalentemente basata proprio sulla raccolta di questi ultimi, attività che caratterizzerà il Mesolitico europeo qualche millennio dopo.

La fauna (tipica di un clima freddo) e l’industria litica rinvenuta fanno pensare ad un riempimento della superficie delle cavità avvenuta alla fine della glaciazione di Würm, circa 10 mila anni fa, quando il mare in regressione avrebbe messo in luce una fascia costiera, attualmente sottomarina, sulla quale si sarebbero formate delle dune di sabbia antistanti alla grotta, i cui granuli trasportati dal vento si sono pian piano adagiati fino in profondità della breve caverna, mescolandosi a sedimenti calcarei provenienti dallo disfacimento delle pareti e della volta della cavità.

Camminiamo ancora su quella linea immaginaria di questa magnifica falesia, un arcaico filo di Arianna, la via d’uscita di Teseo dal labirinto di Cnosso che ci connette indirettamente e con continuità fino a 30.000 anni fa, alla fine del Musteriano, colmando una secolare lacuna archeologica che si è protesa fino al Paleolitico Superiore.

Nel riparo più ampio, a seguito di scavi effettuati negli anni ‘60 del secolo scorso, è stato infatti individuato un giacimento archeologico che copre un arco temporale che va da 29-20 mila anni fa (Gravettiamo) a 10 mila anni fa (Romanelliano), periodo, quest’ultimo, al quale dovrebbe riferirsi anche un ciottolo inciso con figure, d’incerta interpretazione, rinvenuto durante la pulizia del deposito superficiale da parte dell’archeologo De Borsatti e che presenta alcune affinità con quelli trovati all’interno di grotta Romanelli (Castro).