Gagliano del Capo

Contributo tratto da “Verso Finibusterrae. Note di viaggio”,
di Paolo Vincenti pp. 41-42

Gagliano del Capo

Contributo tratto da “Verso Finibusterrae. Note di viaggio”, di Paolo Vincenti pp. 41-42

Gagliano è un paese dell’estremo Salento, posto su un rilievo di serra a circa 145 metri sul livello del mare, da cui è possibile godere di una bellissima vista sul litorale.

Nel corso dei secoli Gagliano è stato in conflitto con la confinante Castrignano per il possesso del Santuario di Leuca. Il Santuario, ora Basilica, fa parte di Gagliano ma si trova nel territorio di Salignano, frazione di Castrignano, cui appartiene la marina di Leuca.

Di qui la contesa, a volte scherzosa, a volte anche aspra, fra i due paesi viciniori.

Nel corso della storia, i gaglianesi e i salignanesi spesso hanno conteso per il possesso del santuario leucano e, dalle sassaiole domenicali, in occasione della processione della Madonna de Finibus Terrae, sono passati ai tumulti di piazza, che hanno toccato la massima gravità nel 1913, quando si rese necessario l’intervento delle forze dell’ordine per disperdere i facinorosi.

Molto labili i regolamenti di confini, che destano malumori ancora oggi.

In epoca angioina, il feudo di Gagliano appartenne ai Brunella. Morto senza eredi Guglielmo Brunella, il casale passò alle dirette dipendenze dei Corona.

I gaglianesi, forti di un “parlamento civico”, comprarono il loro paese da Ferrante e lo tennero fino all’avvento di Ferdinando il Cattolico.

Successivamente, il feudo passò alla famiglia Castriota-Scanderberg, ai Guarini, signori di Alessano, nel ‘600, poi ai duchi di Poggiardo, che ne tennero il possesso fino al 1806, data di soppressione della feudalità.

Molto importante, alla estrema periferia di Gagliano, a 5 kilometri dal Santuario di Leuca, il Complesso conventuale di San Francesco di Paola. Questo Convento si trova nella zona in cui esisteva l’antico casale di Pulsano.

Nell’antichità, i monaci usavano per le loro funzioni la chiesa del casale dedicata a Sant’Elia; nel 1613, ottenuto il permesso dalla Santa Sede, eressero il Convento e la adiacente Chiesa, dedicati a San Francesco di Paola.

All’interno della bella costruzione barocca, troviamo l’Altare Maggiore, in marmo policromo, eretto nel 1713 da Tommaso Stampede, così come gli altari di San Michele e San Francesco.

Pregiate sono le sculture di San Pietro e San Paolo e le due acquasantiere in marmo intarsiato, poi la tela dell’Immacolata, di Saverio Lillo, La morte di San Giuseppe, di Didaco Bianco e il Sant’Elia di Giuseppe Bottazzi.

Sulla strada principale di Gagliano, troviamo la Chiesa Madre, costruita nel Cinquecento ma ristrutturata nel Settecento, dedicata a San Rocco, protettore del paese.

All’interno, l’Altare Maggiore, quelli di San Rocco, delle Anime Sante e della Madonna del Carmine, opere dell’Orfano, e alcune tele del Tiso, del Lillo e del Catalano.

Le sculture del Crocefisso e le due statue laterali dell’Ecce Homo e del Cristo alla colonna sono opera dell’importante scultore tardo-rinascimentale Vespasiano Genuino.

Adiacente alla chiesa è l’abitazione del famoso pittore Vincenzo Ciardo, il più celebre tra gli abitanti di Gagliano del Capo.

Nato nel 1894, studiò presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino e, nel 1920, si trasferì a Napoli per insegnare Disegno alla Scuola Tecnica di Pozzuoli, ma la scuola era legata, in quel periodo, alla regola del più pedante verismo post-ottocentesco e il Ciardo si legò ai migliori rappresentanti della tradizione ottocentesca napoletana, come Gigante, Toma, Morelli, De Nittis e Casciaro con cui fondò, nel 1927, il Gruppo Flegreo.

Il soggetto preferito dal Ciardo, nelle sue pitture, erano i paesaggi, ma distaccandosi dallo stile puramente illustrativo ed utilizzando un linguaggio più sintetico. Partecipò alle più rilevanti esposizioni nazionali di arte contemporanea, come la Quadriennale Romana e la Biennale di Venezia e ricevette numerosi premi nel corso della sua carriera.

“Natura e sassi”, “Plenilunio”, “Campi Flegrei”, “Verso Leuca” sono alcune fra le sue opere più note. Scrisse anche dei saggi di critica artistica e letteraria, come “Valori della tradizione nella pittura meridionale” e “Il mio paesaggio”. Morì a Gagliano nel 1970.

Tra i monumenti di Gagliano del Capo, degni di nota sono la Colonna di San Rocco e la Colonna dell’Immacolata, erette nel 1825, probabilmente da Martino Carluccio; inoltre, la Chiesa dell’Immacolata che, realizzata nel 1860, sorge sulle antiche rovine di una cappelletta dedicata a Sant’Angelo; nella chiesa, di particolare bellezza è il mosaico pavimentale del 1884, la scultura della Vergine di pietra e l’organo donato dal Cav. Giuseppe Daniele. Scendendo giù al mare, ci colpisce la splendida costa rocciosa di questo versante adriatico.

Nel territorio di Gagliano, c’è la Grotta del Pozzo, così chiamata perché sulla cupola della stessa è un’ampia buca che, vista dall’alto, ha la forma di un grande pozzo.

Per visitarla, occorre scendere dalla barca e addentrarsi per 250 metri circa. Subito a destra vi è un laghetto azzurro. Risalendo la grotta, attraverso un piccolo tunnel, si accede alla Grotta del Duomo, così chiamata per la sua maestosità che la fa assomigliare ad un duomo.

Quindi, la Grotta delle Mannute, che si può visitare esclusivamente dal mare. Altre grotte sono: Grotta delle Bocche di Terrarico, Grotta della Campana, Grotta dei Ciauli, Grotta delle Vore, Grotta della Giuncacchia, La Baia e le Grotte dell’Ortocupo, Grotta dell’Aspro, Monte Lagnune, Grotta delle Prazziche, Grotte delle Cipolliane, Grotta del Presepe e della Vecchierella, Grotta del Diavolo.

Nel territorio di Gagliano troviamo il Menhir Vasanti, un monumento preistorico di circa 4000 anni fa, e il Menhir dello Spirito Santo.

Una sosta sul Ponte Ciolo, dal dialetto “ciole”, ossia “corvi” che sono presenti in grande quantità in questa insenatura, fa godere di un paesaggio magnifico e mozzafiato.

La Cripta di Santa Apollonia presso San Dana

Testo di Marco Piccinni

La penisola salentina ha ereditato, dalla moltitudine di popolazioni e culture che ha ospitato nel corso di secoli, un patrimonio culturale ineguagliabile fatto di cripte, affreschi, antichi porti, monumenti e luoghi di culto.

Uno di questi luoghi è sito a San Dana. La cripta è dedicata a Sant’Apollonia, di cui si può ammirare uno splendido affresco su di una parete laterale, rappresentata frontalmente con in mano la palma del martirio ed un giglio bianco e contornata da nubi e angeli.

Apollonia era un vecchia donna cristiana che viveva in un luogo ancora del tutto impreciso, se Roma o Alessandria d’Egitto, aggredita da una sommossa scatenata da un indovino pagano, nella quale le furono strappati i denti con delle cesoie.

Per questo motivo divenne la santa protettrice dei dentisti e odontotecnici.

Dopo la tortura fu minacciata di morte se non avesse professato parole di scherno contro i santi cristiani; si rifiutò e si gettò di sua spontanea volontà nel rogo che era stato preparato appositamente per Lei.

I denti della martire fanno la loro comparsa anche nelle iconografie tradizionali. Papa Pio VI si è incaricato di raccogliere quelli che potessero essere i presunti denti di Santa Apollonia in uno scrigno, che arrivò a pesare 3 kg, per poi gettarlo nel Tevere.

Sono ancora a centinaia però quelli che si presumono possano essere altri denti della martire.

Da uno studio sugli affreschi della piccola cripta di San Dana, dalle dimensioni comprese in un volume di 11 metri per 7 ed un altezza oscillante intono ai 2 metri, si è potuto risalire in parte alla sua storia e di quelli che potrebbero esserne stati gli usi durante le diverse epoche storiche.

Un altro indizio è fornito da una piccola celletta, nella quale è ricavato un sedile, posta a destra della scalinata in ferro realizzata in occasione dei lavori di recupero, e che potrebbe svelare in parte la chiave delle sue origini.

Le raffigurazioni più antiche riscontrate risalgono al XI secolo mentre quelle più recenti sono datati 1758, decisamente un periodo di continuità del culto piuttosto ampio.

Alcuni di questi affreschi sono stati distrutti o danneggiati da atti vandalici compiuti da cacciatori di tesori che ritenevano di poter trovare oro e pietre preziose dietro le effigi dei santi raffigurati, alcuni dei quali posizionati all’interno di tre archi ciechi, che spaziano (oltre a quello di Sant’Apollonia) dalla Vergine con il bambino, all’Arcangelo Michele, ad un ostensore circondato da lunghi tralci di vite (sulla volta) alla Trinità con Cristo Crocefisso.

Quest’ultimo è molto particolare: il Cristo sanguinante è ancora sulla croce, sorretta a sua volta da un vecchio canuto, suo Padre, che cerca di avvolgerlo nel suo mantello; una colomba bianca avrebbe rappresentato lo Spirito Santo ma è scomparsa con il tempo. Altri affreschi sono presenti ma non è purtroppo possibile identificare correttamente chi rappresentino.

Del contenuto originario della cripta rimangono il pilastro centrale, che sorregge parte della volta rimasta ancora intatta ed una scala, che sarebbe dovuta servire come accesso principale, realizzata sicuramente in un secondo momento in quanto nasconde alcune affreschi.

La cripta potrebbe essere stata abbandonata intono al 1480, anno in cui la più devastante invasione saracena che il Salento ha conosciuto ha distrutto il Monastero di Casole ad Otranto, che svolgeva un ruolo centrale per buona parte dei comuni del capo.

Ad ogni modo questa cripta venne frequentata anche successivamente per consentire a religiosi e fedeli di venerare le sacre pitture. Ancora oggi, anche se di rado, è possibile assistere a brevi pellegrinaggi di cristiani che si recano presso la cripta per un breve raccoglimento in preghiera o anche per semplice curiosità.

Speriamo che presto anche gli affreschi della cripta possano essere restaurati per poterla riportare all’antico splendore.

il complesso delle grotte cipolliane (gagliano del capo)

Marco Cavalera, Marco Piccinni

La terra e il mare, due elementi dalle caratteristiche organolettiche agli antipodi, fisicamente distanti ma al contempo sempre così vicini: si rincorrono, bisticciano, si baciano.

Le acque dalle quali le terre sono emerse sembrano quasi che vogliano schiaffeggiare quelle rocce che ne sovrastano la superficie, per poi cullarle dolcemente pochi istanti più tardi, quando la rabbia è ormai scemata.

Lungo le falesie del Salento quelle rocce guardano costantemente il mare e si protendono ad esso con una velata nostalgia, rimpiangendo quasi i tempi che furono.

Una linea di confine, pattuita dopo estenuanti battaglie, sulla quale decisero di marciare alcuni dei primi insediamenti umani, probabilmente estasiati da quel tripudio di colori e profumi che gli dei hanno voluto porgere in dono.

Anche noi oggi camminiamo su quelle falesie; non ci sono più i Neanderthal, non c’è più il mare che ci guarda a testa in su, solo un mistura di profumo di timo, origano ed erba cipollina a conferire il tocco dell’artista alle Grotte Cipolliane.

Si tratta di tre ripari che si aprono sulla falesia esposta ad est, sull’alta scogliera a metà strada tra le località marine di Novaglie e Ciolo, nel territorio comunale di Gagliano del Capo.

Il mare, che ora si trova a 30 metri più in basso, un tempo invadeva con prepotenza questi ambienti. Lo testimonia la ricchissima documentazione di conchiglie, pecten e rudiste che ricopre completamente la superficie interna dei tre antri, scavati naturalmente nella roccia friabile e porosa del Terziario (65 – 1,8 milioni anni fa).

Il riempimento della cavità si caratterizza per la presenza di sabbie e detriti calcarei minuti, associati a industria litica (lamelle a dorso, piccoli grattatoi circolari) di tipo romanelliano (9-12 mila anni fa) e ad abbondantissimi resti faunistici (equidi, bovidi, cervidi, asini selvatici, piccoli mammiferi e uccelli).

Ovunque si appoggi il piede non si può fare a meno di calpestare minute selci scheggiate, frammenti fossili di ogni genere, gusci intatti di molluschi bivalvi che hanno permesso di avanzare l’ipotesi di un’economia prevalentemente basata proprio sulla raccolta di questi ultimi, attività che caratterizzerà il Mesolitico europeo qualche millennio dopo.

La fauna (tipica di un clima freddo) e l’industria litica rinvenuta fanno pensare ad un riempimento della superficie delle cavità avvenuta alla fine della glaciazione di Würm, circa 10 mila anni fa, quando il mare in regressione avrebbe messo in luce una fascia costiera, attualmente sottomarina, sulla quale si sarebbero formate delle dune di sabbia antistanti alla grotta, i cui granuli trasportati dal vento si sono pian piano adagiati fino in profondità della breve caverna, mescolandosi a sedimenti calcarei provenienti dallo disfacimento delle pareti e della volta della cavità.

Camminiamo ancora su quella linea immaginaria di questa magnifica falesia, un arcaico filo di Arianna, la via d’uscita di Teseo dal labirinto di Cnosso che ci connette indirettamente e con continuità fino a 30.000 anni fa, alla fine del Musteriano, colmando una secolare lacuna archeologica che si è protesa fino al Paleolitico Superiore.

Nel riparo più ampio, a seguito di scavi effettuati negli anni ‘60 del secolo scorso, è stato infatti individuato un giacimento archeologico che copre un arco temporale che va da 29-20 mila anni fa (Gravettiamo) a 10 mila anni fa (Romanelliano), periodo, quest’ultimo, al quale dovrebbe riferirsi anche un ciottolo inciso con figure, d’incerta interpretazione, rinvenuto durante la pulizia del deposito superficiale da parte dell’archeologo De Borsatti e che presenta alcune affinità con quelli trovati all’interno di grotta Romanelli (Castro).

bibliografia

BIASCO A., San Dana nella storia del Capo di Leuca, 1979.

BORZATTI VON LÖWENSTERN E., Un ciottolo inciso del riparo “Le Cipolliane” (Novaglie, Lecce), in Rivista di Scienze Preistoriche, XVII, 1-4, pp. 269-272, 1962.

BORZATTI VON LÖWENSTERN E., GUERRI M., Novaglie (Prov. di Lecce), in Rivista di Scienze Preistoriche, XIX, pp. 311-312, 1964.

PALMA DI CESNOLA A., Notiziario, in Rivista di Scienze Preistoriche, XVI, p. 258, 1961.

SAMMARCO M., Le Grotte preistoriche del Capo di Leuca. Primo contributo alla carta archeologica, in Grotte e dintorni, anno 2, n. 4, p. 70, dicembre 2002.

sitografia

Marco Piccinni pubblicato su www.salogentis.it il 15 aprile 2010.