escursioni alle grotte nella costa di leuca

Un tuffo nel passato nello splendido scenario della costa di Leuca

La proposta di escursione prevede un magnifico viaggio nel tempo, oltre che nello spazio, alla riscoperta di luoghi magici che celano scorci incantati, tesori di inestimabile valore sotto il profilo storico-naturalistico che solo la navigazione sottocosta può svelare.

La motonave vi condurrà in un viaggio indimenticabile tra le meraviglie nascoste della costa di Leuca, partendo dal caratteristico porticciolo turistico di Torre Pali, località balneare tra le più frequentate nel Salento che prende il nome da un’affascinante torre costiera, costruita nel 1563 su di uno scoglio isolato a circa 20 metri dalla riva.

La sua funzione preminente era di difesa dell’entroterra salvese dalle scorrerie dei pirati, che infestavano i nostri mari portando sventure e calamità alla povera gente del posto.

La navigazione procede sottocosta lungo le dorate distese sabbiose di Marina di Pescoluse e Posto Vecchio, una lunga spiaggia incantevole che fa da cornice ad un mare cristallino e dalle sfumature cromatiche caraibiche.

Giunti nelle acque di Torre Vado l’attenzione del navigante si volge su una delle torri costiere in miglior stato di conservazione del Salento.

La torre, risalente intorno alla metà del XVI secolo, si erge maestosa a ridosso del piccolo porto dell’omonima località, del tutto priva della sua originaria funzione difensiva.

Le docili onde del mare ci conducono nella suggestiva insenatura di Torre San Gregorio, che da più di due millenni e mezzo ospita un piccolo approdo.

Dell’antico porto sono visibili alcune vestigia di età messapica e romana, sia a terra (allineamenti di blocchi ciclopici a ridosso della linea di costa) sia sommerse (un’opera frangiflutti che fungeva da protezione dell’insenatura dai venti meridionali).

Dopo aver salutato l’antico approdo dei Messapi di Vereto (Patù), la nostra imbarcazione ci accompagna verso Santa Maria di Leuca, località nota agli antichi come situata “ai confini del mondo”, dove il noto lascia spazio all’ignoto e l’immaginario collettivo ha ambientato eventi mitici e fantastici, ha localizzato dimore di dei, eroi e mostri terrificanti, come attestato dai nomi attribuiti ad alcune delle grotte di Finibus Terrae.

L’escursione proposta si pone come obiettivo quello di far scoprire al visitatore questi luoghi celati, spesso inaccessibili dalla terraferma, che proprio per la loro misteriosità sono stati oggetto di superstizioni e di culti primordiali.

Molte delle grotte che andremo a visitare hanno restituito tracce di frequentazione antropica risalenti a decine di migliaia di anni fa, ossia al Paleolitico medio (130000/35000 anni fa), quando l’Uomo di Neanderthal fissò nel Salento i suoi campi base, utilizzando queste grandi cavità naturali come ripari e dedicandosi a tempo pieno all’attività di caccia nelle ampie foreste alternate a macchia e prateria, dove non era difficile imbattersi in elefanti, rinoceronti, cavalli, cervidi, orsi, cinghiali, iene ed ippopotami.

La Grotta del Drago è il primo degli antri che incontriamo nella nostra navigazione di cabotaggio. L’acqua al suo interno, di colore verde-azzurro, crea spettacolari giochi di luce sulle pareti e nel fondale della cavità.

La grotta consiste in un ampio vano che presenta due immense aperture, alte circa 30 metri, separate da un pilastro di roccia. Essa prende il nome da uno scoglio che mostra notevoli affinità morfologiche con un drago.

Al suo interno la grotta ha conservato un deposito preistorico, che presenta resti faunistici di pachidermi (elefanti e rinoceronti) vissuti circa 70000 anni fa, quando le condizioni climatico-ambientali (periodo interglaciale Riss-Würm) erano molto più adatte alla natura di questi animali. Alcuni pescatori del luogo asseriscono che la grotta ospitava alcuni decenni or sono una foca monaca.

Poche miglia più a sud-est ci imbattiamo in una delle cavità carsiche più rilevanti dal punto di vista paletnologico: si tratta della Grotta dei Giganti, che è stata oggetto di esplorazioni già a partire dal ‘600, quando il canonico alessanese Francesco Pirreca rinvenne numerose ossa di pachidermi che classificò come ossa di giganti.

Nel secolo scorso altre prospezioni, effettuate nella parte bassa della grotta, hanno permesso di individuare un ricco giacimento di industria su selce e su calcare di fase musteriana (complessi litici riferibili all’uomo di Neanderthal) unitamente a ceramiche attribuibili all’età del Bronzo (4300-3000 anni fa), mentre ad una quota superiore è stata rinvenuta una tomba di età altomedievale (IX sec. d.C.), ceramica coeva e cinque monete di bronzo di Costantino VII e Romano I.

Lasciata alle spalle la Grotta dei Giganti, ci si dirige verso un’altra cavità che si apre tra le vertiginose rocce di Punta Ristola, anch’essa ricca di fascino e di suggestione: si tratta della Grotta delle Tre Porte, che prende il nome dagli immensi triplici ingressi attraverso i quali il vano interno semisommerso comunica con il mare.

Lungo le pareti interne ed esterne si notano lembi di riempimento detritico concrezionato, che contengono frammenti di ossa, talora combuste, di fauna di prateria e di elefanti e rinoceronti.

Sulla parete settentrionale del vano interno della grotta si può osservare un cunicolo che si estende per 27 metri e che termina con un’ampia camera ricca di stalattiti e stalagmiti.

Questa cavità si chiama Antro del Bambino, perché in essa fu rinvenuto un dente (un molare superiore sinistro) appartenuto ad un bambino neandertaliano di circa 10 anni, associato a resti di focolari, industria musteriana su selce e calcare e ossa fossili di fauna pleistocenica.

Continuando il periplo dell’Akra Iapigia, il lembo di terra più meridionale della Puglia, si osservano nascoste tra le bianche scogliere leucane altre numerose cavità, alcune delle quali purtroppo non raggiungibili dal mare.

Una di queste è la celeberrima Grotta del Diavolo, antro che incute superstiziosi timori a tal punto che lo scrittore francese Francois Fenelon, nel quattordicesimo volume delle sue “Aventures de Telemaque” lo descrisse come “l’ingresso degli inferi attraverso cui il figlio di Ulisse si spinse alla ricerca del padre”.

Esplorazioni effettuate nella grotta nel corso dell’800 e del secolo scorso hanno portato alla luce depositi contenenti fauna di mammiferi, resti ossei umani, valve di molluschi, strumenti in selce e numerosi reperti ceramici databili al Neolitico Finale e all’età del Bronzo (5000-3000 anni fa).

Dalla Grotta del Diavolo si può raggiungere, attraverso un sentiero, la Grotta Porcinara, molto conosciuta al tempo dei Messapi in quanto vi si svolgevano dei riti in onore di Batas, una divinità maschile che impugna il fulmine.

La grotta si apre su Punta Ristola, di fronte all’ideale punto di incontro tra i due mari Ionio e Adriatico.

Era il luogo in cui i Messapi scambiavano prodotti e conoscenze con i mercanti greci, i quali portavano doni – vasi attici, crateri ed anfore a figure rosse e nere – al dio del fulmine e incidevano iscrizioni per chiedere protezione alla divinità venerata nella grotta contro i pericoli del mare, per ringraziare il dio per la buona riuscita della traversata del breve tratto di mare che separa la costa salentina da quella illirica, per sciogliere qualche voto.

Superata la Grotta del Diavolo e le annesse vicende mitiche e storiche, proseguiamo il nostro periplo verso est, dove a circa duecento metri, nel Canale “Sparascenti”, rimaniamo estasiati davanti all’ingresso della Grotta del Fiume, così chiamata per un avvallamento che la sovrasta, prodotto dell’erosione di un antico torrente che sfociava nel mare.

La grotta è profonda circa trenta metri ed accedendovi a piedi è possibile arrivare da un passaggio alla Grotta del Presepe.

La navigazione, a questo punto, procede verso est, dove è possibile ammirare Punta Meliso, con il promontorio che dolcemente si inabissa nelle profondità del Mare Mediterraneo, con le rocce calcaree che abbagliate dal caldo sole del Salento diventano bianche, come l’imponente faro (costruito nel 1864) che dall’alto dei suoi 47 metri emette un fascio luminoso che nelle ore notturne si specchia nelle acque antistanti l’Akra Iapigia.

Se il faro è un fondamentale punto di riferimento per i naviganti di questo tratto di mare, il Santuario di S.M. de Finibus Terrae, di recente visitato anche dal pontefice Benedetto XVI, rimane una delle mete più importanti per i pellegrini che giungono ogni anno da ogni parte del mondo, anche perché una leggenda narra che almeno una volta nella vita occorre visitare il Santuario di Leuca se si desidera ottenere pace e beatitudine nell’Aldilà.

promontorio japigio la motonave si dirige verso nord, alla scoperta delle numerose grotte che si aprono, alla base della selvaggia falesia alta fino a 60 metri, sul mare di colore blu intenso, che in questo tratto raggiunge a pochi metri dalla costa la profondità di 20-30 metri.

Incontriamo in una interminabile successione cavità modellate dall’azione erosiva del mare con scorci ed effetti luminosi di inimitabile bellezza: Grotte di Terrarico, Grotte di Verdusella, Grotta la Cattedrale.

Una delle grotte più suggestive del litorale di Levante è la Grotta della Vora, una cavità alta più di 25 m con la volta attraversata da un inghiottitoio, che crea meravigliosi giochi di luce.

Le grotte si susseguono innumerevoli una dopo l’altra. Ci imbattiamo così nella Grotta dell’Ortocupo e la Grotta del Soffio. Si tratta di due cavità molto vicine tra loro, poste in una piccola insenatura.

Sono grotte dall’atmosfera magica e surreale, nelle quali l’acqua dolce purissima si mescola con quella marina, creando spettacolari effetti coloristici.

Quando l’aria dall’interno viene espulsa all’esterno, si crea un particolare spruzzo, denominato “soffio”.

A breve distanza dall’Ortocupo e dal Soffio si aprono le due Grotte della Vora, molto vicine tra loro. Sono così chiamate per il foro circolare (detto in dialetto salentino “vora”), formatosi sulla volta della cavità ad oltre 60 metri di altezza.

Il fascio di luce che vi penetra, a contatto con l’acqua del mare, crea suggestivi effetti luminosi a tal punto che, quando ci si trova all’interno, si ha l’impressione di essere in una maestosa cattedrale.

La nostra escursione termina presso le Grotte delle Mannute, cavità a mezza costa con cupole che si caratterizzano per la presenza di stalagmiti e stalattiti che raggiungono i sette metri di altezza.

Dopo aver rivolto l’ultimo sguardo al mare Adriatico, con i suoi promontori che degradano a picco sul Canale d’Otranto, la motonave vi riporterà nel porticciolo di Torre Pali, da cui siamo partiti per questo straordinario viaggio tra le meravigliose grotte dell’Akra Iapigia, seguendo il cammino del sole che in questo ultimo scorcio della giornata mestamente va a nascondersi dietro le frastagliate montagne dell’antica Enotria, per riapparire magicamente l’alba successiva alle spalle degli Acrocerauni, la catena montuosa dai profili ruvidi e grigiastri che attraversa l’Epiro e la Grecia settentrionale, visibile all’orizzonte nelle giornate in cui il cielo è limpido.