Torri Costiere del Salento Meridionale

torri costiere del salento meridionale

A cura di Marco Cavalera

inquadramento storico

Il sistema difensivo della Puglia, a partire dal tragico episodio di Otranto del 1480/81, si caratterizzava per una situazione di insicurezza e precarietà, dovuta al fatto che le strutture fortificate risalivano per lo più alla metà del XV secolo, ossia all’assetto difensivo definito e voluto dagli aragonesi.
Nel 1484, con il Salento ancora ferito per quanto accaduto ad Otranto qualche anno prima, i Veneziani occuparono la penisola, dopo essere sbarcati presso Mancaversa (Marina di Taviano).

Tra il 1522 e il 1532 Taurisano venne ripetutamente saccheggiata, come attestato dai documenti storici che registrano un calo sensibile di popolazione nell’arco di un decennio (CORTESE 2010).

Nel 1537 i Turchi, guidati dal pirata algerino Khair-ed-Din (detto il Barbarossa), attaccarono le coste meridionali della penisola salentina, distruggendo Castro, Marittima e, sull’opposto versante ionico, Ugento.

Gli anni successivi si caratterizzarono per le continue incursioni dei pirati turchi sulle coste del Salento. Al 1543 risale lo sbarco nei pressi della Marina di Morciano di Leuca, con i Turchi che si spinsero nell’entroterra alla volta di Presicce. Nel 1544 giunsero, invece, sulle coste gallipoline e, tre anni dopo (il 22 luglio del 1547), ben quattrocento pirati – condotti da Dragut – sbarcarono nei pressi dell’attuale Torre Pali e saccheggiarono Salve e i paesi limitrofi, fino a Gagliano del Capo dove molti cittadini – radunati in chiesa – furono uccisi, mentre altri vennero deportati come schiavi (CAZZATO 1989).

Il reggente Ferrante Loffredo, per contrastare l’incombente minaccia turca (a suo parere più vicina alla rapina che alla pirateria vera e propria), propose di istituire un esercito di cavalieri a difesa del territorio “dagli insulti delle armate barbaresche”.

Ma i Turchi non erano un’orda di barbari, così come può sembrare nell’immaginario collettivo; un documento del 1686, a tal proposito, attesta la scaltrezza di questi pirati che, in alcuni casi, dopo aver nascosto le loro navi, raggiungevano i casali dell’entroterra “vestiti alla francese, parlando la lingua italiana” e, presentandosi alla gente locale come pellegrini bisognosi, ne approfittavano per depredare e saccheggiare la popolazione che, ingenuamente, li aveva accolti all’interno delle possenti fortificazioni che cingevano i paesi (CORTESE 2010).

Di questa situazione era perfettamente consapevole anche il Vicerè don Pietro di Toledo, che nel 1532-33 ordinò ai suoi sudditi di costruire qualche torre costiera come, ad esempio, quelle a sud di Otranto e, forse, la torre del porto di Novaglie, la cui esistenza è documentata prima del 1565 (CAZZATO 1989).

La presenza di queste strutture di avvistamento sembra essere – sporadicamente – attestata anche prima della metà del XVI secolo, già in età sveva ed angioina. Si tratta, tuttavia, di torri erette da privati o da università, che vennero incamerate dallo Stato in cambio di un rimborso a chi aveva sostenuto le spese di costruzione.

Il susseguirsi di attacchi dei Turchi sulle coste del Regno indusse il Re Carlo V ad ordinare al Vicerè don Parafan de Ribera di erigere – tra il 1563 e il 1569 – le torri costiere della penisola salentina, sia sul lato adriatico che su quello ionico. L’impegno economico per la realizzazione e la gestione di questo impegnativo programma di difesa delle coste era a carico dei casali dell’entroterra, “ad eccezione delle terre lontane più di 12 miglia dalla marina” (CAZZATO 1989). Le università che non pagavano il contributo per la costruzione delle torri, nei tempi stabiliti, si vedevano sequestrati dai commissari regi beni di cittadini, venduti poi all’asta.

Il ruolo fondamentale delle torri era quello di trasmettere segnali di pericolo e di allarme ai centri abitati dell’entroterra e alle masserie fortificate, anche se da sole esse non erano sufficienti a difendere il territorio dal nemico che veniva dal mare. In un documento di fine XVII secolo, infatti, si esortavano gli amministratori comunali a munirsi di munizioni e di armi (CORTESE 2010).

A presidiare le torri vi era un “capo torriero” (caporale) e tre guardiani dipendenti, che percepivano una retribuzione di 4 ducati il primo, di 3 gli altri. La difesa veniva messa in atto grazie alle armi da fuoco in dotazione ovvero: smeriglie (cannoni a palle), archibugi e alabarde.

La tecnica di costruzione della torre era analoga a quella utilizzata per le strutture trulliformi in pietra a secco. Si realizzava, infatti, la struttura senza impalcatura, ma predisponendo soltanto un mucchio di terra e pietre locali, corrispondente al volume del vano terreno. Le torri più antiche, costruite con pietre informi attorno alla metà del ‘500, si caratterizzano per una base troncoconica, coronata da un cordolo su cui si innestava la parte cilindrica; quelle successive, costruite su disposizione degli ingegneri regi, erano di forma quadrangolare.

Le torri erano di varia forma e dimensione; sulla base troncoconica si innalzava la parte superiore a forma cilindrica, costituita da un unico vano, con una cisterna per la raccolta delle acque piovane. Considerata la distanza dai centri abitati, sul terreno circostante venivano realizzati ambienti per la conservazione delle derrate alimentari.

Le torri cominciarono ad essere disarmate nella prima metà del XIX secolo, con la fine delle incursioni saracene nel territorio salentino.

torri costiere del salento meridionale

torre di andrano

La torre costiera di Andrano è ubicata nell’omonima marina, a 17 metri s.l.m.

La torre, denominata anche di “Ripa”, si presenta attualmente come un rudere dalla base troncoconica (diametro: 11 metri), con una cisterna annessa. La struttura, realizzata con pietrame irregolare e conci di tufo, era collegata visivamente a nord con Torre Capo Lupo (Comune di Diso) e a sud con Torre del Sasso (Comune di Tricase).

Il Vicerè Parafan de Ribera nominò lo spagnolo Andrea de Leon caporale della torre il quale, nel 1577, cedette l’incarico alla R. Corte per motivi di salute.

Nel 1594 risulta caporale Consalvo Martines, che effettuò alcuni acquisti di terre nell’agro di Andrano, tra cui una casa con annesso orto.

Nel 1661, il caporale della torre di Ripa, Leonardo Rizzo di Andrano, rinunciò all’incarico di custode della torre, chiedendo alla R. Corte di provvedere alla sua sostituzione (COSI 1989).

torre sasso (tricase)

La torre del Sasso sorge su un’alta falesia, a nord di Tricase Porto, a 116 metri s.l.m. La struttura è raggiungibile grazie ad un tratturo che, dalla Masseria del Mito, si snoda per circa un chilometro in direzione di Levante.

Essa presenta una pianta quadrata e – attualmente – e gran parte della struttura risulta in avanzato stato di crollo.

L’Università di Tricase, il 4 maggio 1584, nomina due procuratori per riscuotere presso il Percettore quanto da essa già pagato, per i primi quattro mesi dell’anno, al caporale e ai soci della Torre del Sasso, sita nel territorio dell’Abbazia del Mito.

Quattro anni dopo sono i signori Andrea Dos, Matteo Coti e Lupo Antonio Mellacca a ricevere – dalla medesima Università – il compenso per il primo quadrimestre.

Nel 1609, invece, è documentato un matrimonio tra il caporale della torre Francesco Cesario e Margherita Martines.

Nel 1614 il sindaco di Tricase, Antonio Simeone, rilascia procura a Giovanni Dana per il prelievo della polvere per le munizioni della torre (COSI 1989).

torre porto di tricase

Della Torre del Porto di Tricase, ubicata sul promontorio di Pizzo Cannone, si conosce l’esistenza esclusivamente dalle fonti storiche, in quanto la stessa venne bombardata nel 1806 dalle truppe inglesi e al suo posto fu posizionato un cannone.

I documenti informano che l’Università di Tutino, nel 1583, aveva rilasciato procura al leccese Decio Verdesca per riscuotere dal Percettore la somma da essa già pagata all’ex caporale della torre, Bartolomeo Charsia, per i mesi di maggio-luglio, e al caporale Federico de Orlandis per il mese di agosto.

Nel 1594 il sindaco di Tutino, Giacomo de Angelis, aveva rilasciato procura ad Orazio Mastore di Otranto per farsi rimborsare dal Precettore la somma di denaro che l’Università aveva pagato per la costruzione della torre.

Giovanni Spalletta di Nardò, nel 1610, si era aggiudicato l’appalto per la nuova costruzione della torre del Porto di Tricase, subappaltandolo ai fratelli Pugliese di Nardò e Galatone. Per la realizzazione dell’opera difensiva, i Pugliese si dovevano basare sul progetto dell’ingegner Fontana.

Nello stesso anno si registra un salvataggio di una “marsiliana” veneta, da parte del caporale Francesco Barragan. Per il lavoro svolto, al caporale è stato riconosciuto un rimborso di 13 ducati.

Il sindaco di Tricase, Antonio Simeone, il 6 maggio 1614 incarica un procuratore per prelevare la polvere per la munizione della torre.

Nel 1760 si ha notizia della costruzione della nuova torre d’avvistamento, in territorio di Tricase, ad opera di Mastro Marc’Antonio Buccarello e Antonio Perrone. Le spese per l’opera erano interamente a carico della R. Corte (COSI 1989).

torre plane o palane (tricase)

La torre è localizzata a Marina Serra, a 15 metri s.l.m. Di recente ha subìto dei rifacimenti e restauri che l’hanno nuovamente resa abitabile.

La torre presenta una base tronco piramidale, lievemente inclinata, mentre il corpo, sopra il cordolo, ha struttura parallelepipeda coronata da beccatelli. Sul lato occidentale vi è una sopraelevazione dotata di caditoia, probabilmente posteriore all’epoca della costruzione, che doveva proteggere la porta di accesso al primo piano attualmente trasformata in finestra.

Il primo documento relativo alla torre Palane risale al 1584, quando l’Università di Tricase nomina due procuratori per riscuotere dal Percettore la somma da essa pagata, al caporale ed ai soci della torre, nei primi quattro mesi dell’anno.

Francesco Barragane (caporale) e Pietro Barragane (socio) ricevono, il 10 giugno 1588, dall’Università di Tricase rispettivamente 20 e 12 ducati e mezzo come compenso per i primi cinque mesi dell’anno.

Il 16 maggio 1614 il sindaco di Tricase, Antonio Simeone, incarica un procuratore per prelevare la polvere per munizione della torre (COSI 1989).

torre naspre (tiggiano)

La torre si trova nel territorio comunale di Tiggiano, su un’altura prospiciente il mare a 129 metri s.l.m.

La torre presenta una base troncoconica, di 11 metri di diametro. Venne eretta con conci non squadrati, con dime verticali in blocchi regolari. Dal cordolo in su si notano conci regolari all’esterno, almeno per la parte ancora esistente.

Dal piano agibile si può vedere, all’interno, una cisterna coperta a botte, con tracce di colatoio, delle dimensioni di circa 4 x 4 metri (MARGIOTTA 1995).

Dai documenti conservati negli archivi, si evince che nel 1567 caporale della torre era Giovanni Mastria.

Il 13 novembre 1595 l’Università di Caprarica del Capo rilascia procura a Pietro Agello e a Francesco Antonio Vincenti di difenderla nella causa che ha presso la Reale Udienza, contro l’Università di Lucugnano, relativamente al pagamento da effettuarsi ai custodi della torre di Naspre.

Il 14 gennaio 1604 il sindaco di Tiggiano, Paolo Negro, rilascia procura a Francesco Luca per ricevere dal percettore Giacomo Bonvicino 26 ducati che l’Università ha pagato al caporale e al socio della torre Naspre, per l’ultimo quadrimestre del 1603 (COSI 1989). Nel 1609 risulta essere caporale della torre Giovanni Garcia.

Nel 1777 la torre viene affidata alla custodia degli Invalidi, ossia un’associazione assistenziale, anche se la stessa risultava ormai inabitabile e priva della originaria funzione difensiva.

Per quanto riguarda la sua denominazione, in un documento risalente al 1569 viene citata come “Torre della Cala di Rizzano”, mentre nel 1620 viene denominata, dallo storico Bacco Alemanno, “Torre Naspere”. In un manoscritto dello stesso anno, invece, viene chiamata “Torre de Naspre” (MARGIOTTA 1995).

torre specchia grande (corsano)

La torre Specchia Grande sorge su un promontorio roccioso, a 127 metri s.l.m. Edificata nel 1584, consta di un solo piano di forma troncoconica, corrispondente al basamento originario, di una scala in muratura a ridosso della parete esterna e di un cordolo aggettante, che originariamente divideva la base dal piano superiore.

La prima fonte scritta, che ne attesta l’esistenza, risale al 1584. Si tratta di un documento nel quale si riporta un rimborso all’Università di Corsano – da parte della Regia Corte – di 217 ducati, come rimborso per la spesa effettuata nella realizzazione della struttura.

La torre fu testimone anche di un triste episodio, ossia della morte del caporale Angelo Licchetta e della moglie Laura Cazzato, colpiti accidentalmente – nella notte del 10 novembre 1610 – da un fulmine nel corso di un temporale. La notizia è stata registrata nell’Archivio Parrocchiale – registro morti – di Corsano (COSI 1989).

torre del riccio o del ricco (corsano)

La torre detta del Riccio o del Ricco è situata su un promontorio posto a strapiombo sul mare (62 metri s.l.m.), in corrispondenza dell’omonimo canalone.

Attualmente si conservano solo una piccola parte dell’alzato e i resti del basamento.

Nel 1587 l’Università di Montesardo costituisce suo procuratore il tricasino Francesco Antonio Vincenti per recuperare, dalla R. Corte, quanto da essa pagato nelle fabbriche di diverse torri, tra cui quella “dello Porraro alias dello Rio”.

Nel 1594, risulta essere stato celebrato un matrimonio tra Bernardino Picherni e la spagnola Isabella Octicosa, che dimorava nella torre di Novaglie. I testimoni furono il caporale della torre del Rio (o del Ricco) Tristan del Gado e sua moglie Antonia Ignina (COSI 1989).

torre porto di novaglie (gagliano del capo)

La torre di Novaglie (8 metri s.l.m.) venne edificata per difendere il porticciolo dell’omonima marina, probabilmente in una data precedente al 1565. Nel 1570 era caporale Santo Giacomo Martinez. Un documento notarile, del 9 luglio 1576, riguarda una consegna, al sindaco di Gagliano del Capo Giovanni Pietro Lotto, di alcuni pezzi di artiglieria, consistenti in due libbre di palle in bronzo con le apposite casse, ruote ferrate, un cucchiaio, una lanata, aste e otto palle di ferro. Si trattava di strumenti che servivano ad armare la torre, per permettere di assolvere alla sua funzione di difesa del tratto di costa in questione. Il sindaco di Lecce (città dove avvenne la consegna degli armamenti) diede al sindaco di Gagliano anche un’arma da fuoco in bronzo (falconetto), cioè un piccolo cannone lungo sette palmi, equivalenti a circa 185 cm (CIARDO 2005).

Negli anni successivi a questo evento, si registra un atto pubblico (del 10 gennaio 1578) con cui l’Università di Gagliano chiede alla Regia Camera Summaria di Napoli di riavere i soldi pagati al caporale Santo Giacomo Martinez, presentando una ricevuta dove il luogotenente di Gagliano Nicola Pellegrino certifica che il caporale sopra citato, insieme al compagno d’armi Gabriele Renzo di Gagliano, avevano svolto il servizio di vigilanza presso la torre di Novaglie, tra settembre e ottobre del 1577 (CIARDO 2005).

Tra i caporali di torre che si avvicendarono, oltre al già nominato Martinez, ci furono Domenico Garzia (1585-1590), Orazio Malacarne (1608), Emanuele Gargasole (1730).

La torre venne riedificata nel 1610 da Giovanni Spalletta di Nardò, che si era aggiudicato l’appalto per la nuova costruzione della torre del Porto di Tricase, subappaltandolo ai fratelli Pugliese di Nardò e Galatone. Per la realizzazione dell’opera difensiva, i Pugliese si dovevano basare sul progetto dell’ingegner Fontana (COSI 1989).

Il 16 ottobre 1624, don Lupo Antonio Griso di Corsano venne divorato da un grosso pesce nel mare antistante la marina di Novaglie, nei pressi della torre denominata nel documento “Nuova” (COSI 1989). Nel 1777, la torre marittima risultava in parte diroccata e custodita dal proprietario (FERSINI 2010).

torre montelungo (gagliano del capo)

La torre di Montilungo, oggi non più esistente, si trovava sul promontorio più ad est di Gagliano, a circa 80 metri s.l.m.

Da un documento conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1570 – e per gli anni tra il 1585 e il 1590 – il caporale era Bartolomeo Viglialun (Vigilanza). Nel 1574, invece, era Alonzo Martino.

La torre fu protagonista di un episodio, tramandatoci da documenti storici raccolti dallo studiosi G. Cosi, avvenuto il 4 giugno 1591 quando quattro galeotte turche si avvicinarono alla marina di Gagliano che, grazie ai colpi sparati dalla torre di Montelungo, furono messe alla fuga. Nonostante tutto, i turchi riuscirono ad approdare sulla costa a bordo di quattro felucche. Nel frattempo le campane della chiesa avevano iniziato a dare l’allarme alla popolazione, ma gli invasori riuscirono a catturare tre uomini e quaranta pecore. Per questa “negligenza”, furono arrestati il sindaco di Gagliano Francesco Sergi, gli uditori e il luogotenente. Gli imputati, tuttavia, furono scagionati l’anno successivo per aver dimostrato che il loro ruolo era di vigilare solo sull’arrivo dei vascelli turchi e di lanciare l’allarme, non di contrastare i fuoriusciti dalle imbarcazioni. Inoltre, fecero notare che dopo le schioppettate partite dalla torre e dopo l’allarme lanciato dalle campane, quasi tutte le persone si misero in salvo, ad eccezione dei tre rapiti che, per loro disattenzione, non erano riusciti a fuggire agli invasori (COSI 1989, CIARDO 2005, FERSINI 2010).

Il 18 settembre 1606, lo spagnolo Alonso Rodriguez dava le dimissioni sia per motivi di salute, sia perché aveva contratto inimicizie con alcune persone del luogo (COSI 1989).

Il 1 luglio 1690 i marinai della fregata di Andrea Giordano, alla vista di una caravella turca, furono costretti ad abbandonare l’imbarcazione e a mettersi in salvo nella torre di Montelungo.

torre santa maria di leuca (gagliano del capo)

Il litorale di Gagliano del Capo era difeso da tre torri costiere: Torre di Novaglie, Torre Montelungo e Torre Santa Maria di Leuca. Di quest’ultima, ubicata sul promontorio di Punta Meliso (sotto l’attuale faro, a 60 metri s.l.m.), si conserva solo un cumulo di pietre (CIARDO 2005).

G. Cosi riporta alcune notizie storiche, relative alla Torre di Santa Maria di Leuca.

L’Università di Montesardo, il 26 aprile 1587, costituisce suo procuratore Francesco Antonio Vincenti di Tricase, per recuperare dalla R. Corte quanto da essa pagato per la costruzione della torre.

Il sindaco di Salignano Giuseppe Pirelli, con gli eletti Stefano Bello e Oronzo Vitali, unitamente al sindaco di Barbarano, si prendono l’onere di riparare la struttura (sistemare il lastrico del terrazzo, la scala interna, il ponte e intonacare sia all’interno che all’esterno della torre).

Il 9 aprile 1710 il caporale della torre Onofrio Greco e il tenente Ludovico Camisa dichiararono che durante la nottata avevano udito diverse cannonate e moschettate in alto mare. Dopo un’ora e mezzo comparve un caicco con tredici veneziani i quali, una volta approdati sulla costa, riferirono di essere stati assaliti da pirati corsari, che saccheggiò il loro bastimento e rapì tre membri dell’equipaggio (COSI 1989).

torre dell’omo morto (castrignano del capo)

La Torre Vecchia, denominata “dell’Omo Morto”, sorge su un promontorio occidentale di Santa Maria di Leuca, a soli 11 metri s.l.m.

La sua particolare denominazione si deve al ritrovamento – nella grotta sottostante – di ossa umane, di incerta datazione.

La costruzione, sulla base delle fonti storiche pervenuteci, si data al 1569. La struttura presenta una base circolare, con ambiente interno voltato a cupola. Le pareti hanno uno spessore di circa 5 metri e al loro interno è ricavata una scala che conduce alla sommità della torre. Si tratta di un’ampia casamatta che, al piano terra, presenta un vano di servizio sul quale si sarebbero dovute aprire le cannoniere (FERRARA 2009).

Tra il 1676, il 1677 si registrò il crollo parziale della torre. Verso la metà di febbraio del 1694, a causa di continue piogge e di un’abbondante nevicata, si verificò il crollo della muraglia settentrionale, insieme alla caditoia in prossimità della porta. Il caporale della torre, Domenico Greco di Salignano, a seguito dell’evento si recò immediatamente a Lecce, dal vice Preside della Provincia, per avvertire di quanto successo e per chiedere di effettuare il restauro, prima della stagione della navigazione, al fine di prevenire eventuali sbarchi di corsari (COSI 1989).

La torre venne disarmata nel 1846, sulla base di quanto scrive G. Arditi (FERRARA 2009).

Per quanto riguarda le notizie storiche relative alla torre, G. Cosi riporta che nel 1576 il sindaco di Lecce Gaspare Maremonte consegnò a Carlo Damiano, procuratore dell’Università di Giuliano, un pezzo di artiglieria di bronzo (il c.d. falconetto), insieme alle munizioni (100 palle di ferro) come armamento della torre (COSI 1989).

torre marchiello (castrignano del capo)

La torre si conserva – allo stato di rudere – su un pianoro prospiciente il mari Ionio, a 12 metri s.l.m. Originariamente la struttura della torre era a tronco di cono.

Il 17 agosto 1576, il caporale Lupo Alessandro riceve dal sindaco di Lecce Giovanni Battista Gravili un falconetto e 100 palle di ferro, con cui armare la torre (denominata, nel documento che riporta questa notizia, del “Brachiello”).

Alla fine del XVII secolo (1697) è registrato un intervento di manutenzione straordinaria della torre, ossia il rifacimento dell’intonaco esterno, della porta di guardia, della scala “levatizza”, e, inoltre, si avanzò la richiesta di fornire ulteriori munizioni, tra cui 40 palle di archibugio.

Un altro intervento di restauro si fece nel 1760, nel quale si spese la considerevole somma di 285 ducati (COSI 1989).

torre san gregorio (patú)

La torre San Gregorio, non più esistente, sorgeva sul promontorio (24 metri s.l.m.) che chiude a sud-ovest l’omonima baia, che sin dall’età messapica ha ospitato uno scalo portuale di notevole rilevanza. Il suo nome originario era “S. Ligorio”.

Le fonti storiche ci tramandato che la torre venne dotata, nel 1576, di un falconetto in bronzo per la sua difesa (insieme alle consuete 100 palle di ferro).

Anche la torre di San Gregorio subì, nel corso dei secoli, alcuni rimaneggiamenti e restauri. Nel 1697, infatti, il sindaco di Patù – insieme al delegato della Provincia di Terra d’Otranto – s’impegnò a riparare la gettarola sovrastante la porta e quella verso sud-est (COSI 1989).

torre vado (morciano di leuca)

La torre prende il nome dal tratto di costa in cui sorge, caratterizzato da acque poco profonde, che veniva utilizzato dai locali pescatori come guado (dal latino “vadum”), ossia un agevole accesso al mare.

La torre, alta circa 12 metri, presenta un basamento troncoconico e la base circolare. È composta da due piani, separati esternamente da un toro marcapiano. Gli accessi alla torre sono due: il primo è quello garantito da un’apertura nel recinto che immette nell’atrio scoperto; da questo ci si immette nei due locali adibiti a deposito e, mediante una scala in muratura, al piano terra leggermente rialzato. Il secondo accesso esterno è situato lungo il fianco occidentale della torre, con la presenza di alcuni scalini. Il collegamento tra i piani, all’interno, è garantito da una scala.

La struttura portante della torre è in muratura, costituita da conci di pietra tufacea. Particolare è il coronamento sulla sommità, composto da una serie di beccatelli e da una merlatura piana molto semplice. Tra la serie dei merli e quella dei beccatelli figurano quattro caditoie, una in direzione di ogni punto cardinale. Le finestre presentano un arco a sesto acuto.

Al di sopra della volta, è stata posizionata una piccola torretta di avvistamento. Il 26 giugno del 1576, il sindaco di Morciano Giovanni de Judicibus riceve dal sindaco di Lecce un falconetto in bronzo, per l’armamento della torre. Nel 1608 lo stesso sindaco richiede al rappresentante della R. Corte il rimborso dello stipendio pagato al caporale della torre marittima di Morciano (COSI 1989).

Il 5 luglio del 1671, nel Libro dei Morti della parrocchia di Morciano, si registra un omicidio di un giovane del posto, da parte di un manipolo di Turchi che si erano spinti nell’entroterra morcianese, presso la Masseria del sig. Duca alli Paduli. Lo stesso giorno i Turchi catturarono come schiavi altri abitanti della suddetta masseria, tra cui alcuni bambini (DAQUINO 1988).

La torre di Morciano fu testimone di un altro triste episodio, riferito da Aldo Simone, verificatosi nel 1752: “… si videro nel nostro mare sei sciabecchi di Turchi ed Algerini, dei quali uno calò una lancia con dentro molti Turchi, e diè la caccia a tre barche pescarecce di Salve, che pescavano vicino alla torre di Morciano. Due di esse si avvidero dei legni nemici e subito si salvarono sopra la predetta torre, ma una, che era del sig. Nicola Stasi, si fidò di pescare, ma avendo alla fine veduto presso i Turchi cominciò a fuggire e alla fine veduto che era inevitabile lo scampo si diè a terra vicino la torre di Morciano, ove li quattro marinai che vi erano si salvarono. Li Turchi intanto predarono la barca del detto Nicola Stasi con certo pesce, vino e vesti marinaresche. La torre tirò contro di loro alcune cannonate e molto bene ed il cavallaro di Morciano una schioppettata, alla quale i Turchi risposero e calati a terra lo inseguirono, ma poi subito tornarono, con la predata barca al bastimento” (SIMONE 1981).

La torre aveva in dotazione un cavallo, mediante il quale il cavallaro, appena si profilava la possibilità di uno sbarco di pirati, correva a briglie sciolte verso il paese per lanciare l’allarme e per dare il tempo alle donne e ai fanciulli di mettersi in salvo, mentre agli uomini per prepararsi alla difesa (VANTAGGIO 1995).

torre pali (salve)

La torre fu costruita in mezzo al mare, a circa 20 metri dalla riva, su uno scoglio isolato circondato dall’acqua. Essa era unita alla terraferma mediante uno stretto ponte in muratura, costruito su quattro-cinque piccole arcate, poggianti su adeguati pilastri dei quali si vedeva, nei primi anni del secolo scorso, qualche vestigia di fondazioni che affioravano sul fondo del mare, in un tratto di mare profondo 50-60 centimetri.

La torre presenta un diametro di circa 10 metri ed era costituita da una parte piena, a scarpata, poggiante direttamente sugli scogli, e da una parte soprastante troncoconica, divise l’una dall’altra da un grosso cordolo in pietra dura, di carparo.

Nel vano ricavato nella parte cilindrica si trovavano le artiglierie e vi alloggiavano i militari. Il coronamento a tamburo, ben visibile nel tratto ancora in piedi, poggiava con breve aggetto, come in tutte le altre torri, su beccatelli distanti circa 20 cm l’uno dall’altro.

Nella parte sottostante il cordone si individuano, all’esterno, delle nervature verticali di sostegno, in conci di tufo. Il resto della muratura è quasi tutto in pietra calcarea, squadrata grossolanamente e messa in opera con malta di buona qualità.

Una scala, larga appena una settantina di centimetri, ricavata nella muratura di tutte le torri, consentiva l’accesso sulla terrazza delimitata dal grosso tamburo in cui si aprivano le buche dei piombatoi (VANTAGGIO 1987).

Il 14 maggio del 1576 viene esibito un mandato con cui si assegnava al caporale Ippolito de Ippolitis, un falconetto come armamento della torre. L’Università di Salve, tre giorni dopo, invia a Lecce il sindaco Angelo Alemanno per prelevare l’arma, gli accessori e le munizioni (COSI 1989).

Antonio Alemanno riceve, il 18 settembre 15801, una somma di oltre 243 ducati come rimborso – all’Università di Salve – per la costruzione della torre dei Pali (COSI 1989).

Verso il 1630 il caporale spagnolo della torre, Antonio Gusman, battezzava suo figlio nella chiesa di Salve (VANTAGGIO 1987).

torre fiumicelli o mozza (ugento)

Torre Mozza è situata nell’omonima Marina di Ugento, circa 4 km a nord di Torre Pali.

La torre è stata costruita a seguito delle scorrerie dei Turchi nel tratto di mare antistante le marine di Ugento e, in particolare, dello sbarco di 22 galee avvenuto nel 1547.

La torre in questione è stata costruita dal Vescovo di Gemini, per un costo di 1800 ducati, di cui 1600 a carico del Vescovado e 200 raccolti dai vassalli. La struttura, tuttavia, crollò non appena l’opera venne ultimata; fu poi riedificata, ma continuava a presentare gravi lesioni e subì, nuovamente, un crollo, da cui prese il nome la torre (Mozza) (CORVAGLIA 1987).

La torre fu costruita, nei pressi di sorgenti di acqua dolce (e per questo è stata denominata “dei Fiumicelli”), dai maestri Cesare Schero e Giovanni Mischinello di Lecce (COSI 1987).

Per quanto riguarda la sua struttura, la torre presenta un corpo troncoconico, senza il consueto cordolo, coronato in sommità da qualche beccatello ancora visibile. Alla base è stata realizzata con conci regolari, mentre l’alzato prosegue con pietre irregolari. Al piano agibile era possibile accedervi mediante una scala retrattile (FERRARA 2009). La torre era circondata da un fossato e vi si accedeva tramite una scaletta in legno, che veniva poi issata all’interno (CAZZATO 2005).

Una notizia storica, relativa alla torre dei Fiumicelli, è stata riportata da G. Cosi: Nicola Caballo, caporale della torre dei Fiumicelli, trovandosi occupato per altre attività, il 9 aprile del 1628 si dimette dal servizio, demandando alla R. Corte l’incarico di provvedere alla sua sostituzione (COSI 1989).

torre san giovanni (ugento)

La torre è situata nel porto di Torre San Giovanni, Marina di Ugento, a 1 metro s.l.m.

Essa presenta una particolare forma ottagonale, con ciascun lato che misura circa sette metri, e possiede un basamento leggermente scarpato fino al cordolo marcapiano. Poi si sviluppa in un corpo verticale, che termina in beccatelli e coronamento leggermente sporgente, con una caditoia al centro di ogni lato (FERRARA 2009).

Per la costruzione di Torre San Giovanni, nel 1565, l’Università di Ugento fu gravata di un’imposta di 25 grani e ¼ per fuoco o per famiglia, con l’obbligo di edificarla entro e non oltre gli otto mesi di tempo.

Il 20 settembre 1580 Luzio de Urso, di Napoli, con procura dell’Università di Ugento, riceve dal percettore la somma di 433 ducati come rimborso dei 575 ducati spesi per la costruzione della torre (COSI 1989).

bibliografia

AA.VV., Itinerari naturalistici-turistici nel cuore del Parco Otranto-Santa Maria di Leuca, a cura del CEA di Andrano (collana Quaderni del CEA di Andrano, n. 1), Castiglione, 2009, p. 21.

CAZZATO M., Il pericolo viene dal mare, in Torri marittime di Terra d’Otranto, a cura di COSI G., Galatina, 1989, pp. 9-25.

CAZZATO M., Guida di Ugento. Storia e arte di una città millenaria, Martina Franca, 2005, pp. 133-134.

CIARDO M., La storia di Gagliano del Capo. Il Cinquecento, pp. 42-51.

CORTESE S., Nei borghi dei Tolomei. Formazione e caratteristiche dei centri antichi di Racale, Alliste e Felline, Parabita, 2010, pp. 15-17.

CORVAGLIA F., Ugento e il suo territorio, Ugento, 1987, pp. 125-127.

COSI G., Torri marittime di Terra d’Otranto, Galatina, 1989.

DAQUINO C., Morciano di Leuca, Lecce, 1988, pp. 63-81.

FERRARA C., Le torri costiere della penisola salentina. Sentinelle di pietra a difesa del territorio, Tricase, 2009.

FERSINI F., Gagliano del Capo. Percorso storico attraverso i secoli, Tricase, 2010, pp. 72-78.

MARGIOTTA R., Tiggiano. Il paese, la Chiesa, il Santo, Tricase, 1995, pp. 39-43.

SIMONE A., Salve. Storie e leggende, Milano, 1981, p. 154.

VANTAGGIO A., Torre Pali, in Annu Novu Salve Vecchiu, Salve, 1987, pp. 1-4.

VANTAGGIO A., Salve. Miti e leggende popolari, Castiglione, 1995, pp. 87-90.

Specchia

specchia

Specchia

cenni storici

La posizione di predominio su di una collina, in un territorio piatto, e la lontananza dal mare (al riparo dalle scorrerie saracene) determinarono una crescita esponenziale della popolazione nel Medioevo.

Le notizie certe riguardanti l’insediamento abitativo di Specchia risalgono al periodo normanno e all’inizio dell’età feudale.

Come tutti i paesi del Salento è stato possedimento feudale di numerose famiglie, dagli Orsini Del Balzo ai Ligorio, fino al 2 agosto 1806, data di eversione della feudalità.

Architetture religiose

Chiesa della Presentazione della Beata Vergine Maria

L’impianto originario della chiesa madre, dedicata alla Presentazione della Beata Vergine Maria, risale al XV secolo. L’attuale pianta a croce latina è il risultato di una serie di rimaneggiamenti e ampliamenti intercorsi tra Seicento e Novecento.

In principio l’edificio era costituito da un’unica navata, con orientamento N-S, corrispondente all’attuale transetto. Nel 1605 venne realizzata l’abside in blocchi di pietra leccese finemente intagliati, nonché l’altare dell’Annunziata, anch’esso in pietra leccese, in stile barocco.

Nel Settecento furono rifatte la navata centrale e la facciata. Il campanile fu edificato nel 1945 in sostituzione dell’antica torre campanaria del 1568 demolita perché pericolante. La facciata si presenta con un elegante portale sormontato dall’effige di San Nicola, protettore del paese. Ai lati, le due nicchie ospitano le statue degli apostoli Pietro e Paolo.

Chiesa e Convento dei Francescani Neri

Risale ai primi decenni del Cinquecento; nel 1531 si svolse nel convento il Capitolo dei Francescani Neri, come riportato in una iscrizione.La chiesa presenta delle rifiniture gotiche con tracce antiche di un arco a sesto acuto sulla porta della facciata. L’interno è a navata unica.

Nel 1532 venne edificata la cappella dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, addossata al lato destro della facciata principale. La cappella è interamente affrescata con scene della vita di Santa Caterina e del suo martirio e con le raffigurazioni dei Santi Medici e del martirio di Sant’Agata.

Dal coro si accede a una cripta sotterranea di origine bizantina sorretta da 36 colonnine. Dopo la soppressione degli ordini religiosi, il convento subì numerose trasformazioni e fu adibito nel 1885 ad educandato femminile dalle Figlie della Carità e nel 1945 trasformato in orfanotrofio. Fu definitivamente chiuso nel 1980.

Chiesa dell'Assunta

Costruzione seicentesca situata nei pressi dell’antica Porta del Foggiaro o Porta Lecce. All’edificio posto in posizione elevata rispetto al piano stradale, si accede con un sistema di rampe simmetriche ma non allineate al fronte della chiesa.

La facciata è scandita da un sistema di nicchie e da aperture ed è coronata da trabeazione e timpano di gusto barocco. L’interno è ad aula unica con transetto privo di braccio destro.

Chiesa di San Nicola di Mira

Risale probabilmente all’XI secolo e costituisce, insieme alla vicina chiesa di Sant’Eufemia, una delle testimonianze medievali del territorio. La struttura è costituita da un’unica navata con abside; probabilmente, l’abside originaria fu sostituita con l’attuale, molto più grande.

Sei pilastroni disegnano la struttura portante e scandiscono lo spazio interno in due parti; sul prospetto principale un elegante rosone è incorniciato da un frontone triangolare.

La chiesa è stata oggetto di un recente restauro che ha permesso di recuperare un semifresco della Madonna in trono col Bambino, di scuola cinquecentesca, collocato in una delle quattro nicchie presenti.

Nelle altre tre nicchie sono state invece realizzate icone di stile bizantino.

Chiesa e convento dei Domenicani

Risale alla fine del XVII secolo come informano lapidi ed iscrizioni presenti. La facciata, sobria e lineare, anticipa la suddivisione in tre navate dell’interno.

Sul portone dell’ingresso principale vi è un’iscrizione che riporta la data 1701, ai lati due lapidi hanno la data del 1727

Chiesa della Madonna del Passo

Scoperta nel XVI secolo, fu trasformata in chiesa alla fine del Cinquecento. Di forma quadrangolare, ospita due altari laterali e un altare centrale sormontato da un baldacchino delimitato da colonne.

L’altare centrale, di stile tardo rinascimentale, è impreziosito da un dipinto della Madonna col Bambino. Le pareti dell’ipogeo presentano tracce di antichi affreschi.

Architetture civili

Palazzo Balsamo

Fu costruito nel XVI secolo e diviso successivamente nelle proprietà di Panese–Carbone. Le varie sistemazioni risalgono al 1720.

Palazzo Teotini

È una costruzione di fine Cinquecento con rifacimenti tardo ottocenteschi

Palazzo Ripa

Risalente al XVII secolo fu costruito a ridosso di una delle antiche Porte della Città (Porta Leuca).

Nel 1900 i proprietari del Palazzo hanno disposto la costruzione del portico acquistando lo spazio necessario dal Comune, il quale ha permesso il lascito demaniale riservando ad uso pubblico il loggiato sottostante che è divenuto un abitudinario luogo di ritrovo.

Nel 1959, il palazzo fu venduto dagli eredi Ripa al dr. Antonio Longo, attuale proprietario.

Palazzo Orlandi-Pisanelli

sorge a ridosso della Chiesa della Madonna Assunta e risale alla fine del XVII inizi del XVIII secolo.

Palazzo Orlandi-Pedone

Risale al XVIII secolo e fu costruito dalla famiglia Orlandi.

Insediamento di Cardigliano

(testi di Marco Cavalera)

L’età protostorica

Fu costruito nel XVI secolo e diviso successivamIl sito archeologico di Cardigliano è ubicato su un pianoro (150 m.s.l.m.) posto sul fianco nord-occidentale di un rilievo della serra che da Casarano giunge fino a Gagliano del Capo. 

L’insediamento dista circa 5 km da Specchia e 3 km dall’impianto turistico-ricettivo di Cardigliano di Sopra.ente nelle proprietà di Panese–Carbone. Le varie sistemazioni risalgono al 1720.

Nel 1989, a seguito di indagini stratigrafiche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia (Cardigliano), sono stati rinvenuti alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti da un ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva.

La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini.

La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio, vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale.

Le ricognizioni effettuate sul pianoro sovrastante il costone del rilievo – interessato dalla presenza delle tombe ipogeiche – hanno restituito abbondante materiale, in gran parte databile al Neolitico finale (facies Diana) e pochi frammenti fittili dell’età dei metalli (Eneolitico ed età del Bronzo recente-finale).

All’inizio degli anni ’80, sul pianoro venne eseguito uno scasso per la canalizzazione idrica, che ha portato alla luce alcune strutture sub-circolari e frammenti ceramici attribuibili all’età del Bronzo recente e finale.

M.A. Orlando, sulla base del materiale raccolto nell’area dello scasso ed escludendo un collegamento diretto tra questo sito e le tombe ipogeiche dell’età del Bronzo medio, ipotizza la presenza di un abitato della tarda età del Bronzo, situato su una posizione elevata a controllo di un lungo canalone che si allunga tra la Serra di Specchia e quella di Supersano.

In questo periodo, secondo la studiosa, si assiste nel Salento meridionale ad una nuova organizzazione insediativa, che rivitalizza le aree interne del territorio dopo un lungo periodo di frequentazione prettamente costiera(1).

L’età romana e medievale

Il pianoro che sovrasta il costone roccioso sul quale si apre la struttura funeraria ipogeica si caratterizza per la presenza di numerose tombe a fossa scavate nel banco tufaceo (Calcari di Melissano) affiorante.

Le sepolture presentano forme e tipologie diverse: alcune, di modeste dimensioni ed orientate in senso E-O, sono pertinenti l’antica cappella di Sant’Elia, i cui resti si trovano ad un centinaio di metri di distanza dalle tombe in oggetto; altre, di maggior lunghezza e larghezza, sono probabilmente di età romano imperiale, sulla base del confronto con altri gruppi di sepolture rinvenuti nel Salento.

Il prof. Pagliara, negli anni ’70 del secolo scorso, ha effettuato alcune ricerche di superficie nel territorio in esame, individuando, unitamente alle sepolture a fossa, numerose epigrafi di età imperiale (II-III secolo d.C.) relative a monumenti funerari, molte delle quali reimpiegate nella struttura muraria della vicina chiesa di Sant’Elia(2).

Recenti prospezioni di superficie, inoltre, hanno permesso di identificare un’area di frammenti fittili di età romana e medievale nei pressi della Masseria Cardigliano di Sotto.

Il materiale archeologico rinvenuto consta di: laterizi (coppi e tegole, alcune delle quali presentano traccia in negativo dell’intelaiatura vegetale sulla quale poggiavano), ceramica comune acroma, sigillata africana ed italica, anfore di produzione orientale (Late Roman Amphora 1 e 2) e africana, dolii, invetriata policroma dipinta in rosso e bruno (tra cui un frammento decorato con un motivo a reticolo o graticcio) e monocroma verde.

Le tombe scavate nella roccia, i monumenti funerari e i frammenti fittili rinvenuti in località Sant’Elia (Cardigliano) documentano l’esistenza, in età romano imperiale e medievale, di un insediamento rustico che basava la propria sussistenza sull’attività agricola.

I suoi abitanti infatti coltivavano i fertili terreni, utilizzavano le vicine cave per estrarre ottimo e prezioso materiale da costruzione e sfruttavano la posizione strategica del sito che permetteva un’eccellente difendibilità del territorio.

Masseria Cardigliano

Meglio conosciuta come Borgo Cardigliano, si trova ubicata sulla cresta di una serra.

Il complesso, costruito nel 1930 dal Fascismo come masseria-villaggio per la produzione del tabacco, consiste di una serie di episodi organizzati per funzioni diverse.

Le abitazioni degli addetti ai lavori fronteggiano i vani per la lavorazione del tabacco e definiscono insieme lo spazio ad uso collettivo, dove due fontane sono simbolo dell’Acquedotto Pugliese; agrumeti, orti e vigneti si estendono a sud-ovest in un sistema di terrazze chiuse; le stalle, i depositi e i magazzini chiudono a sud il complesso, che termina invece a nord con il prospetto scenografico della chiesa.

Chiesa di Sant’Eufemia e relativa necropoli

La chiesa di Sant’Eufemia (fine IX – X secolo) si trova nell’omonima località (comune di Specchia), nelle vicinanze di un insediamento di età romana e medievale denominato Grassano.

Ricordata per la prima volta in un documento di Federico II del 1219, la chiesa presenta una pianta longitudinale (15,30 X 8,55 metri) e un’abside di tipo poligonale esternamente e semicircolare internamente, di chiara derivazione altomedievale, rivolta ad oriente, ossia il punto in cui sorge il sole (simbolo della divinità cristiana) nel giorno in cui si celebrava la festa della santa alla quale la chiesa è dedicata. L’edificio è stato costruito riutilizzando grandi conci e colonne in pietra leccese provenienti dall’attiguo casale di Grassano.

La facciata – a doppio spiovente – è orientata ad ovest. L’ingresso è costituito da un portale sormontato da un arco a tutto sesto, sopra il quale vi è una grande bifora, divisa da una colonna con capitello tronco piramidale ornato da una croce templare inserita in un cerchio.

L’interno è suddiviso in tre navate, delimitate da colonne monolitiche che sorreggono archi a tutto sesto. Le campate si presentano irregolari, sia in relazione all’asse della chiesa, sia nella distanza tra le colonne, che hanno diverse circonferenze.

Il fondo è ornato da un’abside a catino, dove è stato collocato (a seguito degli ultimi restauri) un sobrio altare di pietra leccese, costituito da una colonna e da una lastra tombale proveniente dallo scavo del cimitero adiacente.

La cappella fu visitata da Monsignor De Rossi in occasione della Santa Visita del 1711, nella cui relazione scrisse: “[…] vi sono tre altari: uno è dedicato a S. Eufemia dipinta sulla tela, un altro con l’immagine della stessa S. Eufemia dipinta sulla parete ed il terzo è dedicato alla Madonna. In questa chiesa c’è un grande concorso di popolo nella prima domenica di luglio. La chiesa ha una campanella con la casa per l’oblato ed un piccolo giardino. Serve in questa chiesa il devoto sacerdote Don Giovanni Ciardo […]”.

Cosimo De Giorgi visitò la chiesa nel 1884, constando che della struttura originaria “restano pochi archi sostenuti da colonne e un frammento dell’abside”.

Un saggio di scavo, effettuato nell’area di fronte alla facciata e sul fianco meridionale della costruzione, ha restituito un piccolo cimitero, con fosse scavate nella terra ed altre delimitate da pietre poste di taglio.

Si tratta di sepolture anche multiple datate – grazie al rinvenimento di oggetti in ferro e bronzo – al primo terzo del XIV secolo, da riferire ad una fase di vita molto tarda del casale di Grassano, di cui la chiesa faceva parte(3).

Bibliografia

CAVALERA M., Medianum. Ricerche archeologiche nei comuni di Miggiano, Montesano Salentino e Specchia, Tricase 2009.

PAGLIARA C., Note di epigrafia latina IV, in Studi d’Antichità, 2, Galatina (Le) 1980, pp. 205-235.

note

(1) CAVALERA 2009

(2) Tra i materiali lapidei aventi interesse epigrafico – recuperati da Pagliara – sono da annoverare: un cippo in calcare che presenta un coronamento consistente in un frontoncino con due acroteri – decorati da una serie di solcature – e uno specchio epigrafico che reca chiari segni di linee guida all’iscrizione distribuita probabilmente su sei linee; un frammento di stele o cippo, in pietra leccese, che presenta una serie di modanature; un frammento di cippo che si caratterizza per la presenza, nella parte conservata dell’acroterio, di una decorazione a solchi concentrici e, sulla porzione di faccia laterale, di una serie di solcature semicircolari concentriche (PAGLIARA 1980, pp. 221-225).

Salve

salve

Testi di Sandra Sammali

salve

(testi di Sandra Sammali)

Fondazione di Salve

Gerald Rohlfs fa derivare il toponimo da salvia, una pianta un tempo molto diffusa nel territorio di Salve. Ma sono tutte spiegazioni fantasiose prive di una dimostrazione scientifica.

La presenza di un originario insediamento di età romana non è supportato da alcun rinvenimento archeologico di quell’epoca.

L’effettiva origine del centro abitato di Salve risulta tuttora incerta. Verosimile sarebbe farlo risalire ad un periodo di transizione tra l’età tardo antica e il Medioevo (VI-VII sec. d.C.) o ad una fase medio – evoluta dell’alto Medioevo (VIII – IX sec.) periodo in cui il Salento era una zona periferica dell’impero Bizantino.

La caduta dell’Impero Romano d’Occidente e la guerra greco – gotica (metà VI sec.) hanno causato instabilità politica ed economica del territorio che si rispecchia nell’abbandono di numerosi insediamenti rurali romani.

Sul territorio son state ritrovate numerose ville e fattorie, a testimonianza della capillare frequentazione del territorio., diretta conseguenza di periodi storici tranquilli.

Al contrario, le fasi di instabilità si caratterizzano per la tendenza accentratrice esercitata da insediamenti maggiori nei confronti dei piccoli siti rurali o per la fondazione di nuovi agglomerati in grado di garantire maggiore sicurezza.

A seguito delle vicissitudini tra tardo antico e medioevo è probabile che gli abitanti della villa rustica di località Trisciani unitamente a quelli rurali vicini e coevi abbiano fondato un villaggio o casale laddove le caratteristiche del territorio garantivano maggiore sicurezza.

Caratteristiche riscontrabile sul luogo in cui sorge Salve, scarsa possibilità di ristagno d’acqua e naturale predisposizione alla difendibilità, essendo ubicata sulla dorsale della serra Falitte (140 m. s.l.m)

Il versante sud occidentale è caratterizzato dalla presenza di una vasta depressione denominata Ortu Masciu. Si tratta di un fossato naturale in grado di garantire protezione attraverso l’erezione di una cinta muraria della quale non è rimasta nessuna traccia.

Salve dunque non sarebbe più antico del VIII sec d.C.; da questa fase in poi e nei secoli successivi una generale situazione di instabilità, aggravata dalle incursioni saracene prima e turco-algerine dopo hanno imposto determinate scelte insediative, che hanno differito da quelle dei precedenti secoli.

Cenni storici

Nel IX secolo d.C. iniziarono, anche nel Salento, le scorrerie dei Saraceni. Per difendersi da queste incursioni i Salvesi iniziarono la costruzione delle mura. Quattro grandi porte, sorvegliate da sentinelle, permettevano l’accesso all’abitato.

Salve era circoscritto in sferica figura, con due grandi piazze nel mezzo. Diviso in quattro sezioni, o quartieri, da due primarie strade, che informemente si incrociano: fiancheggiate da palagi, e frastagliate da vicoli, che ricordano l’antica popolazione di più di migliaia quale accoglieva in domicilio (…) situato cosi questo bel paese, i cittadini si goderono per lungo tempo la sua felice e salutare esposizione; ma venne interrotta da politiche contese, specialmente nel memorando medioevo che poi perdurarono per circa 4 secoli. 

Allora i salvesi desiderosi di sicurezza, e du quiete si cinsero di mura, a proprie spese, non potendosi a quei tempi di animosi trambusto sperare protezione dal governo. Lasciarono per l’uso necessario al traffico quattro vani di porte, superiormente guarnite di parapetti e feritoie, con imposte di grosse chiusure, sopra solidi cardini (…) queste quattro porte furono collocate con intelligenza (…) esse guardano i quattro punti cardinali geografici da Est a Ovest; da Nord a Sud. S. Maria ad est, Trappete ad Ovest, Marsini a Nord, Paradisi al sud.

Per difendersi dagli attacchi dei pirati Turchi, i Salvesi costruirono un piccolo ma ben munito Fortilizio, terminato nel 1415, avente quattro torrioni angolari e con un fossato davanti alla porta d’ingresso, munita di ponte levatoio.

Le Torri del Centro Storico

A partire dal 1500, sotto la dominazione di Carlo V, all’indomani del sacco di Otranto da parte dei Turchi nel 1480, il Salento fu teatro delle scorrerie dei pirati saraceni.

Il si instaurò così un pesante clima di paura tra le popolazioni salentine che, per difendersi dalle frequenti scorrerie saracene, oltre alle Torri costiere ed a quelle di alcune masserie, vennero costruite, dalle famiglie benestanti di Salve, delle Torri addossate alle abitazioni signorili.

Molte di queste torri sono state nel tempo demolite per ampliamenti o modifiche degli abitati. Quelle esistenti sono ancora riconoscibili perché nei parapetti sono visibili le feritoie, dalle quali si sparava ai pirati.

Quella posta in territorio di Salve, la Torre dei Pali, fu ultimata nel 1563. Costruita su uno scoglio isolato, circondato dall’acqua, ad una ventina di metri dalla riva, questa torre era unita alla terraferma da uno stretto ponte in muratura.

La Torre dei Montano

Questa bellissima torre signorile si trova in via Persico, all’interno del centro storico di Salve.

Edificata nel 1563, era un rifugio sicuro per gli abitanti. Presenta un impianto quadrangolare con garitte semicircolari ai quattro angoli per l’appostamento delle sentinelle e feritoie lungo le pareti.

Chiesa madre

È molto difficile stabilire con precisione la data di costruzione della nostra chiesa parrocchiale di Salve.

L’antica chiesetta che si ipotizza risalire al VI secolo, comprendeva lo spazio della campata che attualmente precede l’altare maggiore. Questa chiesetta, dedicata al SS. Salvatore, poteva ospitare circa 250 fedeli.

Giunti alla fine del XVI secolo però, quando la popolazione di Salve superò i mille abitanti, si rese indispensabile un ampliamento. Nel 1577 pertanto iniziarono i primi lavori che terminarono ben 13 anni dopo.

Nel 1593 durante l’arcipretura di don Giovanni Valentini vennero collocati gli infissi delle porte d’ingresso e furono scolpiti, sul fregio della cornice che adorna la porta che fronteggia la piazza, i seguenti versi:

“Hic aditus Salve, haec stat ianua semper aperta. Vos ergo hic summo reddite vota Patri.”

Nel 1628 con don Francesco Maria Alamanni venne acquistato l’organo costruito da Giovanni Battista Olgiati di Como e Tommaso Mauro di Muro Leccese.

L’organo è posto in alto lungo la parete sinistra della chiesa. La cassa, di forma rettangolare, è in legno intagliato e dorato ed è sormontata da un frontone spezzato. Molto eleganti sono le decorazioni.

Durante l’arcipretura di Don Giuseppe Valentini, dal 1669 al 1672, fu costruita la campata dell’abside. Fu lo stesso arciprete ad interessarsi della realizzazione del campanile, della torretta per l’orologio e del coro in legno.

Vennero quindi stuccate e indorate la volta e le pareti dell’abside, nella quale trovarono degna collocazione parecchie opere del frate Angelo da Copertino, famoso per essere stato dal 1658 al 1668 Conservatore delle Pitture Vaticane e per aver dipinto quadri per diverse chiese del Salento.

Sempre nel nostro comune, nel Convento dei Frati Cappuccini, frate Angelo da Copertino realizzò la bellissima pala d’altare Visione di San Francesco, che oggi è custodita nella nostra Chiesa Matrice.

Nel 1683 fu iniziata la costruzione del Cappellone di S. Antonio da Padova, oggi Altare del Crocefisso.

Nel 1694 venne costruito il Pulpito ligneo caratterizzato da una cassa a cinque facce e decorato in foglia oro su bianco con motivi floreali e vegetali.

Nel 1704 avvenne la realizzazione delle decorazioni e degli stucchi ad opera di Cesare Penna junior sulla volta antistante il presbiterio che, l’anno successivo, fu impreziosita da alcuni affreschi eseguiti dal Sac. Giuseppe Andrea Manfredi.

Nel 1716 venne acquistata la bellissima statua lignea della Madonna del Rosario.

Questa statua ha un’origine controversa: secondo alcune ipotesi, infatti, la sua provenienza sarebbe veneziana, secondo altre napoletana e, in particolare, sarebbe opera dell’artista Nicola Fumo.

Il suo viaggio verso Salve, fu particolarmente avventuroso, visto che la nave che la trasportava naufragò. La statua fu tuttavia recuperata e restituita ai fedeli salvesi. È del 1781 invece, la costruzione dell’Altare dell’Immacolata mentre quello di San Vito fu realizzato nel 1807.

Verso la fine del XIX secolo venne ammodernato l’altare maggiore in pietra leccese che fu sostituito con dei nuovi marmi colorati, mentre il pavimento della chiesa fu fatto con il bianco ed il nero di Carrara. Questi lavori vennero ultimati nel 1885.

Nel 1582 iniziarono i lavori per la costruzione del Monastero dei cappuccini, il primo nel Capo di Leuca, che ospitò i monaci per tre secoli, fino alla fine del 1800.

Nella notte tra il 23 ed il 24 dicembre del 1931 un incendio bruciò tutti gli scanni del coro e le altre suppellettili ivi presenti.

Palazzo Carida-Ramirez

È realizzato su due livelli, con arcate al pian terreno ed una loggia finemente decorata al piano nobile.

Palazzo Carida o Ramirez, al cui interno si possono ammirare il bel giardino e le meravigliose volte affrescate dell’800, rivela un gusto chiaramente spagnoleggiante.

Già sede in passato della scuola media di Salve, attualmente ospita nei suoi locali il Centro Polivalente, il Servizio di guardia medica e la sede di alcune Associazioni cittadine.

Le Case "a corte"

Sono le tipiche abitazioni del centro storico salvese, in particolare di via Persico e di via Marsini.

Sono caratterizzate dal fatto di far fronte tutte su un unico cortile comune, nel quale si accede mediante un unico portale d’ingresso.

E’ nella corte che si svolgeva gran parte della “vita sociale” dei nostri antenati. Tempi e luoghi caratterizzati da una ricchezza di rapporti umani e da autentica solidarietà.

Frantoio Ipogeo "Le Trappite"

Nel territorio di Salve è possibile contare circa una ventina di frantoi ipogei. L’unico visitabile è il frantoio “le trappite” interamente scavato nella roccia e risalente al 1601.

Il frantoio è caratterizzato da due entrate che conducono nella grande grotta centrale con la vasca, la macina e i torchi.

Intorno all’ambiente principale, sono state ricavate delle grotticelle più piccole, destinate al deposito di olive e dormitorio dei frantoiani.

Il Convento dei Francescani

La sua costruzione risale al 1580. Sul finire del 1500, a causa di una persistente siccità, una grave carestia colpì la popolazione salvese.

Ai salvesi mancava il pane e non trovavano grano. Decisero allora di rivolgersi a Dio, sottoponendosi ad una settimana di penitenza e di preghiere.

A tal uopo chiamarono uneminete predicatore cappuccino, tal herubio Dalle Noci, affinché con le sue fervorose meditazioni e l’intercessione della Vergine Maria, si potesse ottenere il desiderato miracolo.

“Nella perplessità di scoraggiamento, inaspettatamente un mattino trovarono la piazza coverta di molti venditori di granaglie da parti diverse convenuti. La popolazione si riempì di stupore e lo tennero a miracolo, e proposero, per voto, di chiamare i maschi nascituri col nome di Cherubino e le femmine Maria. In si fortunato contento svegliò il desiderio del Monastero, e simpatizzando coll’ordine del predicatore, deliberarono fondarlo pei RR. P.P. Cappuccini”

Era il 1580 quando sulla collina a Sud-est della Chiesa Madre i Salvesi edificarono il Monastero circondato da giardini e ulivi. Vi potevano soggiornare fino a venti padri Cappuccini, che traevano il necessario per la loro sopravvivenza coltivando un grande giardino adiacente.

Salvato per miracolo dalla confisca durante il decennio della occupazione napoleonica, il monastero continuò ad essere, per alcuni decenni, il riferimento devoto della nostra popolazione.

Con l’Unità d’Italia e con l’approvazione delle leggi Guarentigie che regolava i rapporti tra il nuovo Regno d’Italia e la Santa Sede, il nostro monastero divenne bene dello Stato e finì per chiudere i battenti, passando a proprietà demaniale ed adibito per alcuni anni a caserma dei doganieri.

I rapporti tra i monaci non furono sempre idilliaci: lo riferisce un manoscritto trovato casualmente tra le carte comunali verso gli ani Sessanta.

Nel principio del XIX secolo, c’era un monaco mediocremente istruito e poco libertino, tanto che corteggiando una bella giovane di facili costumi, ne ottenne un appuntamento notturno, Però di tutto ne erano informati il Dot. Cardone Andrea ed il Dott. Pasquale Ponzetta, che erano pure dei preferiti della ragazza.

Avvenuto l’appuntamento il monaco si svesti prendendo letto. Allora uscirono i maniglodi armati di una grossa seringa per uso clisteri ai cavalli piena di oltre tre litri di olive nere e a viva forza e gli fecero ciò che lui era pronto a fare alla ragazza. Il monaco fuggi al convento lasciando per strada tutto quel liquido e il materiale che portava in corpo.

Il giorno dopo si mise a scrivere una serie di ingiurie nei confronti dei salvesi (barbari, invidiosi, traditori, genti malefiche, covano veleno, pettegoli) e mandò la carta agli autori.

Santa Maria del Belvedere – “Leuca Piccola”, Barbarano

santa maria del belvedere

"Leuca Piccola" - Barbarano

barbarano del capo

testi di Marco Cavalera

Barbarano, piccola frazione di Morciano di Leuca, è incastonata ai piedi della Serra Falitte, in una posizione che offriva naturale protezione dalle scorrerie dei “barbari”.

La sua fondazione risale al Medioevo, quando alcuni villaggi ubicati nelle vicinanze furono rasi al suolo.

Il centro storico si caratterizza per la presenza di una torre cinquecentesca, notevole esempio di architettura militare, e della Parrocchiale dedicata a San Lorenzo, semplice e lineare nel suo sviluppo.

Alla periferia del paese – inoltre – si segnala il meraviglioso complesso architettonico di Santa Maria del Belvedere (la cosiddetta Leuca Piccola) e delle “vore”: enormi inghiottitoi naturali, fra i più significativi esempi del carsismo salentino.

Santa Maria del Belvedere - “Leuca Piccola” di Barbarano

Il complesso monumentale di Santa Maria del Belvedere era un luogo di sosta e ristoro lungo la “Via dei Pellegrini” ossia un antico tracciato che conduceva al Santuario della Madonna di Leuca.

La struttura è stata edificata a cavallo dei secoli XVII e XVIII (1685 – 1709), in un periodo di massimo splendore del pellegrinaggio mariano.

La Chiesa presenta un imponente porticato in stile neoclassico, a tre arcate sostenute da pilastri e colonne doriche, con due lapidi in pietra leccese, che esortavano il pellegrino a pregare e onorare la Vergine.

Inizialmente le pareti interne erano prive di qualsiasi affresco. C’era un’unica pittura sulla parete di fondo raffigurante il corpo completo di Maria e Gesù come era l’immagine originale della Madonna di Leuca, prima che il quadro venisse bruciato dagli Algerini (19 giugno 1624).

Dietro la tela del 1989, di Franco Ventura, è ancora visibile la sinopia dell’affresco originale.

Le pareti interne conservano una decorazione pittorica settecentesca di pregevole fattura. Nella Sacrestia, oltre ad una piccola “pila” contenente l’acqua per le abluzioni sacre, vi sono due confessionali ricavati nella roccia.

Preziosi sono i pochi affreschi che si sono conservati, che arricchiscono tutte le pareti della chiesetta, non esclusa la volta.

Un fatto di indiscussa rilevanza è dato dalla compresenza, negli affreschi di Leuca Piccola, di santi appartenenti alla sfera culturale latina e a quella greca: è il caso di S. Lazzaro, S. Oronzo, S. Barbara, S. Francesco da Paola, S. Marina, S. Lucia, S. Pasquale, S. Gennaro, S. Leonardo, i quattro Evangelisti.

Nella corte annessa alla chiesetta si trova l’accesso ai sotterranei, magnifica grotta scavata dalla mano dell’uomo.

Una scalinata, anch’essa scavata nella viva roccia e ubicata a breve distanza dall’edificio sacro, conduce nell’ampio e largo ipogeo.Al suo interno diverse cuccette per i pellegrini erano state ricavate nei depositi tufacei.

Due profondi pozzi, che garantivano acqua potabile fresca ed in abbondanza, si rinvengono al fondo ed al margine di un corridoio lungo più di 50 metri.

Altri ambienti, che sorgevano in superficie, garantivano l’accoglienza dei pellegrini e degli animali al loro seguito. Rifugi e magazzini per le merci, naturalmente, favorivano il commercio dei beni di prima necessità.

Una lapide, testimone di un’antica e non più esistente locanda, reca incise 10 P che rinviano alla celebre massima:

Parole Poco Pensate Portano Pena, Perciò Prima Pensare Poi Parlare.

L’imponenza del complesso traeva in inganno molti pellegrini, che tornavano indietro in quanto ritenevano di aver già raggiunto la meta: il Santuario di Finibus Terrae.

Santa Maria di Leuca

santa maria di leuca

Testi di Marco Cavalera

santa maria di leuca

testi di marco cavalera

Incastonata tra due promontori (Meliso e Ristola), Santa Maria di Leuca rappresenta l’estremo lembo d’Italia dove, secondo la tradizione, sbarcò San Pietro.

Il promontorio di Punta Meliso si inabissa dolcemente nelle profondità del Mare Mediterraneo, con le rocce calcaree che, abbagliate dal caldo sole del Salento, diventano bianche come l’imponente faro (del 1864), che emette un fascio luminoso che nelle ore notturne si specchia nelle acque antistanti l’Akra Iapigia.

Il Santuario di S.M. de Finibus Terrae, visitato anche dal pontefice Benedetto XVI, rimane una delle mete più importanti per i pellegrini che giungono ogni anno da ogni parte del mondo, anche perché una leggenda narra che almeno una volta nella vita occorre visitare il Santuario di Leuca se si desidera ottenere pace e beatitudine nell’Aldilà.

Le alte falesie, caratterizzate dalla presenza di anfratti e grotte, hanno da sempre dato adito a racconti e leggende, che rendono Leuca intrisa di fascino e mistero.

Una delle più celebri storie è quella legata alla danza delle streghe: si narra, infatti, che nelle notti di tempesta, dalle viscere della terra emergano figure femminili, che agitano delle fiaccole.

Chiunque si avvicini o venga avvistato dalle streghe, è costretto a prendere parte alle danze, ballando fino alla morte.

Ben più gradevole da ammirare è il lungomare di Leuca, costellato da ricche ed originali ville otto-novecentesche, che riflettono il gusto eclettico dell’epoca.

dal tempio di atena al santuario di santa maria di leuca.

fonti storiche e dati archeologici sul piú antico luogo di culto del capo iapigio.

testi di marco cavalera

La maggior parte delle guide turistiche del Salento, quelle che puntualmente – all’inizio di ogni stagione estiva – fanno la loro comparsa sugli scaffali delle edicole, sulle bancarelle dei mercatini e nelle rinomate, lussuose, colte librerie della Terra D’Otranto, riportano la notizia che il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae – sul Promontorio di Punta Meliso (ad est di Leuca) – è stato edificato su un preesistente tempio dedicato a Minerva.

Si tratta di una tradizione storica che affonda le sue origini ai tempi del poeta Virgilio il quale, nel Terzo Libro dell’Eneide (vv. 835-842), localizzava lo sbarco di Enea presso un

“[…] porto che si curva in arco contro il mare d’oriente, due promontori schiumano sotto l’urto delle onde e il porto vi sta nascosto; gli scogli come torri proiettano due braccia che sembrano muraglie; il tempio è lassù in alto, ben lontano dal mare […]”

senza tuttavia fare alcun riferimento al Promontorio di Leuca.

Alcuni secoli dopo il geografo greco Strabone scrive:

“[…] dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi; presso di loro si trova il Santuario di Atena, che un tempo era noto per la sua ricchezza, e lo scoglioso promontorio che chiamano Capo Iapigio, il quale si protende per lungo tratto sul mare in direzione dell’Oriente invernale, volgendosi poi in direzione del Lacinio […]” (Geografia, VI 3, 5-6)

Anche da questa fonte non si può stabilire l’effettiva localizzazione del tempio pagano sul promontorio ad est di Leuca.

La tradizione dei scrittori latini e greci è stata ripresa da uno storico locale vissuto tra il XV e il XVI secolo, Antonio De Ferrariis detto il Galateo, che, nella sua opera De situ Japygie – pubblicata postuma nel 1558 – identifica il Promontorio Iapigio con la sede di un antico culto pagano, praticato con grande devozione(1).

Un secolo e mezzo dopo Luigi Tasselli, nel libro Antichità di Leuca (1693), scrive:

“[…] In Leuca vi era, come tante volte si è detto, il Tempio della Dea Minerva, la quale con le buone qualità, e virtù, che le fingevano i Gentili, era ombra delle vere preeminenze della Gran Madre di Dio; or essendo uso degli Apostoli pratticato da’ loro successori, tolte via quelle ombre del Gentilesimo (Paganesimo), far subito adorare da’ convertiti Christiani verità, che potevano essere ombregiate da quelle antiche loro osservanze, acciò invogliati vie più dalla facilità, delle loro osservanze antiche, potessero impiegare quelle in buoni usi, appigliarsi à riverire quello in fatti doveva essere adorato secondo Dio: adunque per tutte le suddette ragioni i Discepoli di San Pietro, morta la Beata Vergine, e tolto via il falso simulacro di Minerva, subito eressero la sua Chiesa con l’imagine di Maria per esser adorata da’ Leuchesi in quella Città, protestando, che tutto quello fingevano di Minerva i Gentili era con verità in Maria, degna di esser honorata da tutti […]”.

L’immagine del presunto tempio di Minerva a Leuca è riprodotta su una tela del pittore Pietro De Simone, che raffigura l’Apostolo San Pietro nell’atto di elevare la Croce di Cristo sul luogo in cui ora sorge il Santuario di Finibus Terrae, considerato il suo primo approdo in Occidente.

In occasione di quell’evento, datato al 43 d.C., il tempio pagano venne trasformato in luogo di culto cristiano: l’Apostolo, infatti, avrebbe collocato un’immagine di Cristo e celebrata la prima messa.

Il tempio, quindi, sarebbe stato dedicato inizialmente al Salvatore e, in un secondo momento, a Maria(2).

Sull’esistenza del tempio pagano e sul leggendario passaggio dell’Apostolo Pietro si è poi sviluppata una fervida tradizione storica, che si tramanda ancora oggi nei libretti a carattere turistico-religioso.

In realtà, come scrive Andrea Chiuri nel libro “Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia”, non esistono documenti archeologici che attestano la reale presenza del santuario dedicato ad Atena sulla Punta Meliso, la cui localizzazione “è quindi una notizia falsa, che tuttavia ha permesso di creare un collegamento tra antico e moderno in grado di conferire a Leuca un ruolo primario come base dell’evangelizzazione, accrescendo enormemente il suo prestigio”(3).

Gli scavi archeologici, svoltisi sulla Punta Meliso di Leuca negli anni ’70 del secolo scorso, hanno permesso di scoprire un insediamento fortificato, che si è sviluppato dalla prima età del Bronzo all’età del Ferro, ma non evidenze relative a luoghi di culto.

Alla luce di queste indagini archeologiche, quindi, occorre individuare il promontorio della penisola salentina, chiamato in causa dalle fonti antiche, su cui si trovava il tempio di Atena.

Recenti scavi archeologici, effettuati sulla sommità del promontorio di Castro e condotti da Francesco D’Andria, hanno portato alla luce interessanti reperti, tra cui una metopa decorata da un triglifo, attribuibile ad un tempio che sorgeva, probabilmente, sull’acropoli della cittadella messapica.

Nel 2008, nella stessa area di scavo, è stata casualmente rinvenuta una statuetta bronzea raffigurante Atena Iliaca con l’elmo frigio, che ha consentito di identificare il tempio con quello dedicato ad Atena.

Il tempio attribuibile al culto di Atena, per concludere, sorgeva sul promontorio di Castro e non su quello di Punta Meliso, nei pressi di Leuca.

Se – da un lato – l’Archeologia ha smentito le fonti storiche, relativamente alla presenza di un luogo di culto pagano sulla Punta Meliso, la stessa disciplina ha permesso di localizzare un santuario costiero nei pressi di una cavità naturale, localmente conosciuta come Grotta Porcinara, che si apre sul versante orientale di Punta Ristola, ossia il promontorio che cinge ad ovest la baia di Leuca.

Si tratta di un’area cultuale che ha rivestito un ruolo di primissimo piano nell’ambito delle manifestazioni cultuali messapiche e dei rapporti commerciali con il mondo ellenico.

La divinità venerata era Zis(4), rappresentata con la folgore, alla quale si rivolgevano i naviganti in cerca di protezione per la loro attività: il dio infatti, secondo gli indigeni, era in grado di dominare le forze atmosferiche e di rendere propizia la navigazione.

I fedeli giungevano presso l’area antistante la grotta-santuario direttamente dal mare, attraverso scalinate e terrazzi tagliati nella roccia.

Nelle prime fasi di frequentazione del luogo di culto (fine VIII secolo a.C.) venne impiantato un deposito votivo, in uso fino alla metà del VI secolo a.C., che conservava al suo interno resti di sacrifici.

In piena età arcaica le attività di culto sembrano spostarsi all’interno della Grotta Porcinara. Sulle sue pareti sono state individuate ben 27 tabelle, con iscrizioni in greco e in latino, in cui compaiono dediche, ringraziamenti, richieste di protezione e di fortuna rivolte alla divinità.

Il santuario – quindi – localizzato lungo l’importante rotta che dall’Oriente portava verso la Magna Grecia, era un punto di riferimento per coloro che praticavano attività legate al mare, la cui buona riuscita era sottoposta alla benevolenza degli dei(5).

Il santuario costiero è stato frequentato sino alla fine del II sec. d.C., periodo in cui il culto cristiano inizia gradualmente a sostituire quello pagano, conservando però lo stesso significato religioso: nella concezione pagana, Giove (Iuppiter) salvava i naviganti dai naufragi e dal mare in tempesta; nella devozione cristiana, Gesù Cristo – il Salvatore – salva gli uomini dal peccato.

bibliografia

AA.VV., Salento. Architetture antiche e siti archeologici, a cura di A. PRANZO, Lecce, 2008, pp. 222-224.

AA.VV., Leuca, Galatina, 1978, pp. 177-221.

AURIEMMA R., Salentum a salo. Forma maris antiqui, (Vol. I), Galatina, 2004, pp. 289-291.

CAVALERA M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010, pp. 46-47.

CHIURI A., Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia, Tricase, 2000.

D’ANDRIA F., Cavallino. Un centro indigeno del Salento, 2002, pp. 1-10.

D’ANDRIA F., LOMBARDO M., I Greci in Terra d’Otranto, Martina Franca (Ta), 1999, pp. 30-33.

SARCINELLA E., La via dei Pellegrini. L’antico Cammino leucadense riproposto nel III millennio da Speleo Trekking Salento, Lecce, 2000, pp. 106-107.

ZACCHINO V., Antonio Galateo De Ferrariis. Lecce e Terra D’Otranto. La più antica guida del Salento, Galatina, 2004, p. 66.

note

(1)  ZACCHINO 2004, p. 66.

(2)  CHIURI 2000, p. 17.

(3)  CHIURI 2000, p. 15.

(4)  is è il teonimo messapico che corrisponde al greco Zeus. Il nome, nelle iscrizioni, è associato all’aggettivo Batas (saettante).

(5)   CAVALERA 2010, pp. 46-47.

Giuliano di Lecce

Giuliano di Lecce

Testo di Marco Cavalera

giuliano di lecce

testi di marco cavalera

Il centro abitato di Giuliano di Lecce, frazione di Castrignano del Capo, dista 5 km dalle costa alte rocciose di località Ciolo sul mare Adriatico e altri 5 km dall’antico approdo messapico-romano di Torre San Gregorio, sul mar Ionio.

Si può ipotizzare che Giuliano sia sorto sulle vestigia di un casale di età alto-medievale, sviluppatosi intorno alla chiesa matrice dedicata a San Giovanni Cristostomo.

La chiesetta extraurbana di San Pietro è un piccolo gioiello dell’architettura sacra medievale. È stata eretta nel X secolo nei pressi di un pozzo, detto del bon bere, dove la tradizione orale narra essersi dissetato San Pietro dopo aver resuscitato un morto e aver convertito alla fede cristiana quattromila Gentili (Pagani).

Di pianta rettangolare e navata unica con abside semicircolare, è stata costituita in muratura a doppio paramento utilizzando anche blocchi di reimpiego provenienti da edifici funerari di epoca romana, tra cui un pregevole fregio dorico con un triglifo e due metope.

All’interno si conservano tracce di vari strati di intonaco affrescato con figure di santi di tradizione bizantina, graffiti navali ed un’epigrafe in greco.

Gli scavi archeologici hanno permesso di mettere in luce numerose sepolture di età medievale e, alle spalle dell’abside, un pozzetto forse utilizzato per un rito battesimale bizantino.

Giuliano serba tracce di storia bizantina anche all’interno di un giardino privato. Si tratta della cripta del Cristo Pantocratore, che prende il nome da un lembo di affresco presente su una parete della grotta.

La chiesa madre è dedicata a San Giovanni Crisostomo e conserva al suo interno un ciclo di affreschi datati al 1564. Subito a destra, rispetto all’ingresso, si nota un bassorilievo raffigurante la Pietà datato al 1621.

L’organo della parrocchiale invece è del 1721 ed è opera di Simone Chircher da Gallipoli. Sette altari (il maggiore centrale e sei laterali) completano la dotazione artistica della chiesa. Il campanile è stato eretto negli ultimi anni del XIX secolo.

Sulla piazza si affacciano alcuni palazzi fortificati, appartenenti alle famiglie Fuortes e Panzera.
A difesa dell’antico borgo troviamo il maestoso castello cinquecentesco, ampliato e rimaneggiato più volte nel corso dei secoli.

Alti bastioni angolari e un profondo fossato garantivano la sua difendibilità. La facciata principale, orientata a meridione, presenta ai lati due torrioni di forma quadrata. Un ampio ponte ad archi, che supera il fossato, permette l’accesso all’interno del castello.

La struttura è distribuita intorno a un ampio cortile centrale su cui si affacciano tutti gli ambienti del piano terra e del primo piano.

Il piano terra, destinato alle attività produttive, ospita le scuderie, le stalle, i depositi e i locali per la servitù; il piano superiore, destinato invece alla residenza del feudatario, ospita le stanze nobiliari.

Sito Archeologico di Vereto

Sito Archeologico di Vereto

Testo di Marco Cavalera

Sito Archeologico di Vereto

Testo di Marco Cavalera

Vereto, centro messapico identificato con la mitica Hyrie (la città madre della Iapigia secondo lo storico greco Erodoto), sorgeva su un altopiano a 140 metri s.l.m., lungo il percorso della via Sallentina.

La posizione strategicamente ottimale permetteva ai suoi abitanti di controllare l’intera piana sottostante che da Torre Vado si stende sino a Santa Maria di Leuca e un’ampia area compresa tra gli odierni centri urbani di Montesardo e Castrignano del Capo.

Le ricerche archeologiche e i rinvenimenti fortuiti, effettuati nel territorio, hanno consentito di ricostruire la sua articolata storia insediativa d’età iapigio-messapica, a partire dalla prima età del Ferro fino alla romanizzazione del Salento, quando la città divenne municipium.

La presenza di ceramica d’impasto dell’età del Ferro e il rinvenimento di resti di capanne attestano una frequentazione a partire dal IX sec. a.C.

La fase arcaica è documentata da frammenti di ceramica di produzione locale e da alcune iscrizioni in lingua messapica, incise su cippi in calcare provenienti da contesti funerari.

In età ellenistica l’area dell’insediamento venne cinta da mura in grandi blocchi isodomi di calcare. Il tratto maggiormente conservato è visibile, per un’altezza massima di quattro filari, in corrispondenza del limite sud-occidentale dell’abitato antico.

I blocchi di calcare sono messi in opera alternativamente di testa e di taglio, secondo una tecnica costruttiva già nota in ambito messapico.

Alcune indagini archeologiche, effettuate lungo la via vicinale Usca Pagliare, hanno riportato alla luce parte delle imponenti fondazioni della cinta muraria.

Si tratta di un muro pieno largo circa 4 metri, costituito da tre file di blocchi squadrati posti di testa e di taglio; lo spessore e la lunghezza dei blocchi risultano costanti (m. 0,32 x 1,57), la larghezza varia dai m. 0,90 dei blocchi di taglio ai m. 0,50 dei blocchi di testa.

Le mura cingevano una superficie di 145 ettari, al cui interno si sviluppavano nuclei di abitato alternati a zone libere, destinate all’agricoltura e al pascolo.

Nell’area archeologica veretina si rinvengono numerosi blocchi, spesso riutilizzati nei muri a secco, e strutture ancora parzialmente interrate, che potrebbero appartenere a edifici messapici costituiti dai tipici ambienti a pianta quadrangolare con fondazioni in blocchi squadrati, alzato in spezzoni lapidei e copertura in tegole.

l'approdo di torre san gregorio

L’approdo di riferimento di Vereto era Torre S. Gregorio, suggestiva baia protetta dai venti dei quadranti settentrionali, orientali e meridionali e ben fornita di sorgenti.

Le vestigia archeologiche sono visibili alla base del ripido pendio che porta all’insenatura. Si tratta di due tratti di fondazioni o camminamenti di servizio all’approdo, entrambi in blocchi di carparo. 

Il primo è ubicato sul declivio, perpendicolarmente alla linea di costa, lungo il costone meridionale del canalone che continua sotto il livello del mare.

Il secondo allineamento è parallelo alla linea di costa. Il tratto conservatosi è costituito da cinque conci su due filari non uniformi.

Circa sei metri più a sud-ovest si nota il “negativo” di un blocco cavato o asportato, e un altro blocco isolato, disposto di taglio e con lo stesso orientamento del tratto descritto.

Potrebbe trattarsi dei resti smembrati di un allineamento molto più consistente, che fiancheggiava la riva meridionale dell’insenatura seguendo un percorso più o meno rettilineo a quota 2,5 metri s.l.m.

Procedendo verso ovest, cioè verso la punta del promontorio, si incontra un pozzo di acqua dolce, mentre una sorgente si trova presso la riva.

La baia dovette essere frequentata, a partire dall’età messapica, da navi che percorrevano la rotta Grecia-Italia attraverso Corcira, il basso Adriatico e il Capo Iapigio.

Il piccolo porto messapico subì delle profonde trasformazioni in età tardorepubblicana, quando furono realizzate alcune strutture di servizio per l’approdo, datate al II sec. a.C.

bibliografia

ARCHEOCLUB D’ITALIA. SEDE VERETO, Itinerario storico-archeologico tra Giuliano e Patù. Guida fotografica, Galatina (Le), 2002.

AURIEMMA R., Archeologia della costa salentina: l’approdo di Torre S. Gregorio, in Studi d’Antichità, XI, pp. 127-148, Martina Franca (Ta), 2003.

CAVALERA M., Antica Messapia. Popoli e luoghi del Salento meridionale nel I millennio a.C., Modugno (Ba), 2010.

D’ANDRIA F., L’esplorazione archeologica, in Leuca, p. 47, Galatina (Le), 1978.

LARVA L., Messapia. Terra tra due Mari, p. 273, Galatina (Le), 2010.

PAGLIARA C., Fonti per la storia di Veretum: iscrizioni, monete, timbri anforari, in Annali Università di Lecce, 5, pp. 121-136, Lecce, 1969-71.

SAMMARCO M., Vereto: appunti di topografia, in CIARDO M., TORSELLO S. (a cura di), Studi in onore di Antonio Michele Ferraro, pp. 53-65, Tricase (Le), 2008.

Gagliano del Capo

Gagliano del Capo

Contributo tratto da “Verso Finibusterrae. Note di viaggio”,
di Paolo Vincenti pp. 41-42

Gagliano del Capo

Contributo tratto da “Verso Finibusterrae. Note di viaggio”, di Paolo Vincenti pp. 41-42

Gagliano è un paese dell’estremo Salento, posto su un rilievo di serra a circa 145 metri sul livello del mare, da cui è possibile godere di una bellissima vista sul litorale.

Nel corso dei secoli Gagliano è stato in conflitto con la confinante Castrignano per il possesso del Santuario di Leuca. Il Santuario, ora Basilica, fa parte di Gagliano ma si trova nel territorio di Salignano, frazione di Castrignano, cui appartiene la marina di Leuca.

Di qui la contesa, a volte scherzosa, a volte anche aspra, fra i due paesi viciniori.

Nel corso della storia, i gaglianesi e i salignanesi spesso hanno conteso per il possesso del santuario leucano e, dalle sassaiole domenicali, in occasione della processione della Madonna de Finibus Terrae, sono passati ai tumulti di piazza, che hanno toccato la massima gravità nel 1913, quando si rese necessario l’intervento delle forze dell’ordine per disperdere i facinorosi.

Molto labili i regolamenti di confini, che destano malumori ancora oggi.

In epoca angioina, il feudo di Gagliano appartenne ai Brunella. Morto senza eredi Guglielmo Brunella, il casale passò alle dirette dipendenze dei Corona.

I gaglianesi, forti di un “parlamento civico”, comprarono il loro paese da Ferrante e lo tennero fino all’avvento di Ferdinando il Cattolico.

Successivamente, il feudo passò alla famiglia Castriota-Scanderberg, ai Guarini, signori di Alessano, nel ‘600, poi ai duchi di Poggiardo, che ne tennero il possesso fino al 1806, data di soppressione della feudalità.

Molto importante, alla estrema periferia di Gagliano, a 5 kilometri dal Santuario di Leuca, il Complesso conventuale di San Francesco di Paola. Questo Convento si trova nella zona in cui esisteva l’antico casale di Pulsano.

Nell’antichità, i monaci usavano per le loro funzioni la chiesa del casale dedicata a Sant’Elia; nel 1613, ottenuto il permesso dalla Santa Sede, eressero il Convento e la adiacente Chiesa, dedicati a San Francesco di Paola.

All’interno della bella costruzione barocca, troviamo l’Altare Maggiore, in marmo policromo, eretto nel 1713 da Tommaso Stampede, così come gli altari di San Michele e San Francesco.

Pregiate sono le sculture di San Pietro e San Paolo e le due acquasantiere in marmo intarsiato, poi la tela dell’Immacolata, di Saverio Lillo, La morte di San Giuseppe, di Didaco Bianco e il Sant’Elia di Giuseppe Bottazzi.

Sulla strada principale di Gagliano, troviamo la Chiesa Madre, costruita nel Cinquecento ma ristrutturata nel Settecento, dedicata a San Rocco, protettore del paese.

All’interno, l’Altare Maggiore, quelli di San Rocco, delle Anime Sante e della Madonna del Carmine, opere dell’Orfano, e alcune tele del Tiso, del Lillo e del Catalano.

Le sculture del Crocefisso e le due statue laterali dell’Ecce Homo e del Cristo alla colonna sono opera dell’importante scultore tardo-rinascimentale Vespasiano Genuino.

Adiacente alla chiesa è l’abitazione del famoso pittore Vincenzo Ciardo, il più celebre tra gli abitanti di Gagliano del Capo.

Nato nel 1894, studiò presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino e, nel 1920, si trasferì a Napoli per insegnare Disegno alla Scuola Tecnica di Pozzuoli, ma la scuola era legata, in quel periodo, alla regola del più pedante verismo post-ottocentesco e il Ciardo si legò ai migliori rappresentanti della tradizione ottocentesca napoletana, come Gigante, Toma, Morelli, De Nittis e Casciaro con cui fondò, nel 1927, il Gruppo Flegreo.

Il soggetto preferito dal Ciardo, nelle sue pitture, erano i paesaggi, ma distaccandosi dallo stile puramente illustrativo ed utilizzando un linguaggio più sintetico. Partecipò alle più rilevanti esposizioni nazionali di arte contemporanea, come la Quadriennale Romana e la Biennale di Venezia e ricevette numerosi premi nel corso della sua carriera.

“Natura e sassi”, “Plenilunio”, “Campi Flegrei”, “Verso Leuca” sono alcune fra le sue opere più note. Scrisse anche dei saggi di critica artistica e letteraria, come “Valori della tradizione nella pittura meridionale” e “Il mio paesaggio”. Morì a Gagliano nel 1970.

Tra i monumenti di Gagliano del Capo, degni di nota sono la Colonna di San Rocco e la Colonna dell’Immacolata, erette nel 1825, probabilmente da Martino Carluccio; inoltre, la Chiesa dell’Immacolata che, realizzata nel 1860, sorge sulle antiche rovine di una cappelletta dedicata a Sant’Angelo; nella chiesa, di particolare bellezza è il mosaico pavimentale del 1884, la scultura della Vergine di pietra e l’organo donato dal Cav. Giuseppe Daniele. Scendendo giù al mare, ci colpisce la splendida costa rocciosa di questo versante adriatico.

Nel territorio di Gagliano, c’è la Grotta del Pozzo, così chiamata perché sulla cupola della stessa è un’ampia buca che, vista dall’alto, ha la forma di un grande pozzo.

Per visitarla, occorre scendere dalla barca e addentrarsi per 250 metri circa. Subito a destra vi è un laghetto azzurro. Risalendo la grotta, attraverso un piccolo tunnel, si accede alla Grotta del Duomo, così chiamata per la sua maestosità che la fa assomigliare ad un duomo.

Quindi, la Grotta delle Mannute, che si può visitare esclusivamente dal mare. Altre grotte sono: Grotta delle Bocche di Terrarico, Grotta della Campana, Grotta dei Ciauli, Grotta delle Vore, Grotta della Giuncacchia, La Baia e le Grotte dell’Ortocupo, Grotta dell’Aspro, Monte Lagnune, Grotta delle Prazziche, Grotte delle Cipolliane, Grotta del Presepe e della Vecchierella, Grotta del Diavolo.

Nel territorio di Gagliano troviamo il Menhir Vasanti, un monumento preistorico di circa 4000 anni fa, e il Menhir dello Spirito Santo.

Una sosta sul Ponte Ciolo, dal dialetto “ciole”, ossia “corvi” che sono presenti in grande quantità in questa insenatura, fa godere di un paesaggio magnifico e mozzafiato.

La Cripta di Santa Apollonia presso San Dana

Testo di Marco Piccinni

La penisola salentina ha ereditato, dalla moltitudine di popolazioni e culture che ha ospitato nel corso di secoli, un patrimonio culturale ineguagliabile fatto di cripte, affreschi, antichi porti, monumenti e luoghi di culto.

Uno di questi luoghi è sito a San Dana. La cripta è dedicata a Sant’Apollonia, di cui si può ammirare uno splendido affresco su di una parete laterale, rappresentata frontalmente con in mano la palma del martirio ed un giglio bianco e contornata da nubi e angeli.

Apollonia era un vecchia donna cristiana che viveva in un luogo ancora del tutto impreciso, se Roma o Alessandria d’Egitto, aggredita da una sommossa scatenata da un indovino pagano, nella quale le furono strappati i denti con delle cesoie.

Per questo motivo divenne la santa protettrice dei dentisti e odontotecnici.

Dopo la tortura fu minacciata di morte se non avesse professato parole di scherno contro i santi cristiani; si rifiutò e si gettò di sua spontanea volontà nel rogo che era stato preparato appositamente per Lei.

I denti della martire fanno la loro comparsa anche nelle iconografie tradizionali. Papa Pio VI si è incaricato di raccogliere quelli che potessero essere i presunti denti di Santa Apollonia in uno scrigno, che arrivò a pesare 3 kg, per poi gettarlo nel Tevere.

Sono ancora a centinaia però quelli che si presumono possano essere altri denti della martire.

Da uno studio sugli affreschi della piccola cripta di San Dana, dalle dimensioni comprese in un volume di 11 metri per 7 ed un altezza oscillante intono ai 2 metri, si è potuto risalire in parte alla sua storia e di quelli che potrebbero esserne stati gli usi durante le diverse epoche storiche.

Un altro indizio è fornito da una piccola celletta, nella quale è ricavato un sedile, posta a destra della scalinata in ferro realizzata in occasione dei lavori di recupero, e che potrebbe svelare in parte la chiave delle sue origini.

Le raffigurazioni più antiche riscontrate risalgono al XI secolo mentre quelle più recenti sono datati 1758, decisamente un periodo di continuità del culto piuttosto ampio.

Alcuni di questi affreschi sono stati distrutti o danneggiati da atti vandalici compiuti da cacciatori di tesori che ritenevano di poter trovare oro e pietre preziose dietro le effigi dei santi raffigurati, alcuni dei quali posizionati all’interno di tre archi ciechi, che spaziano (oltre a quello di Sant’Apollonia) dalla Vergine con il bambino, all’Arcangelo Michele, ad un ostensore circondato da lunghi tralci di vite (sulla volta) alla Trinità con Cristo Crocefisso.

Quest’ultimo è molto particolare: il Cristo sanguinante è ancora sulla croce, sorretta a sua volta da un vecchio canuto, suo Padre, che cerca di avvolgerlo nel suo mantello; una colomba bianca avrebbe rappresentato lo Spirito Santo ma è scomparsa con il tempo. Altri affreschi sono presenti ma non è purtroppo possibile identificare correttamente chi rappresentino.

Del contenuto originario della cripta rimangono il pilastro centrale, che sorregge parte della volta rimasta ancora intatta ed una scala, che sarebbe dovuta servire come accesso principale, realizzata sicuramente in un secondo momento in quanto nasconde alcune affreschi.

La cripta potrebbe essere stata abbandonata intono al 1480, anno in cui la più devastante invasione saracena che il Salento ha conosciuto ha distrutto il Monastero di Casole ad Otranto, che svolgeva un ruolo centrale per buona parte dei comuni del capo.

Ad ogni modo questa cripta venne frequentata anche successivamente per consentire a religiosi e fedeli di venerare le sacre pitture. Ancora oggi, anche se di rado, è possibile assistere a brevi pellegrinaggi di cristiani che si recano presso la cripta per un breve raccoglimento in preghiera o anche per semplice curiosità.

Speriamo che presto anche gli affreschi della cripta possano essere restaurati per poterla riportare all’antico splendore.

il complesso delle grotte cipolliane (gagliano del capo)

Marco Cavalera, Marco Piccinni

La terra e il mare, due elementi dalle caratteristiche organolettiche agli antipodi, fisicamente distanti ma al contempo sempre così vicini: si rincorrono, bisticciano, si baciano.

Le acque dalle quali le terre sono emerse sembrano quasi che vogliano schiaffeggiare quelle rocce che ne sovrastano la superficie, per poi cullarle dolcemente pochi istanti più tardi, quando la rabbia è ormai scemata.

Lungo le falesie del Salento quelle rocce guardano costantemente il mare e si protendono ad esso con una velata nostalgia, rimpiangendo quasi i tempi che furono.

Una linea di confine, pattuita dopo estenuanti battaglie, sulla quale decisero di marciare alcuni dei primi insediamenti umani, probabilmente estasiati da quel tripudio di colori e profumi che gli dei hanno voluto porgere in dono.

Anche noi oggi camminiamo su quelle falesie; non ci sono più i Neanderthal, non c’è più il mare che ci guarda a testa in su, solo un mistura di profumo di timo, origano ed erba cipollina a conferire il tocco dell’artista alle Grotte Cipolliane.

Si tratta di tre ripari che si aprono sulla falesia esposta ad est, sull’alta scogliera a metà strada tra le località marine di Novaglie e Ciolo, nel territorio comunale di Gagliano del Capo.

Il mare, che ora si trova a 30 metri più in basso, un tempo invadeva con prepotenza questi ambienti. Lo testimonia la ricchissima documentazione di conchiglie, pecten e rudiste che ricopre completamente la superficie interna dei tre antri, scavati naturalmente nella roccia friabile e porosa del Terziario (65 – 1,8 milioni anni fa).

Il riempimento della cavità si caratterizza per la presenza di sabbie e detriti calcarei minuti, associati a industria litica (lamelle a dorso, piccoli grattatoi circolari) di tipo romanelliano (9-12 mila anni fa) e ad abbondantissimi resti faunistici (equidi, bovidi, cervidi, asini selvatici, piccoli mammiferi e uccelli).

Ovunque si appoggi il piede non si può fare a meno di calpestare minute selci scheggiate, frammenti fossili di ogni genere, gusci intatti di molluschi bivalvi che hanno permesso di avanzare l’ipotesi di un’economia prevalentemente basata proprio sulla raccolta di questi ultimi, attività che caratterizzerà il Mesolitico europeo qualche millennio dopo.

La fauna (tipica di un clima freddo) e l’industria litica rinvenuta fanno pensare ad un riempimento della superficie delle cavità avvenuta alla fine della glaciazione di Würm, circa 10 mila anni fa, quando il mare in regressione avrebbe messo in luce una fascia costiera, attualmente sottomarina, sulla quale si sarebbero formate delle dune di sabbia antistanti alla grotta, i cui granuli trasportati dal vento si sono pian piano adagiati fino in profondità della breve caverna, mescolandosi a sedimenti calcarei provenienti dallo disfacimento delle pareti e della volta della cavità.

Camminiamo ancora su quella linea immaginaria di questa magnifica falesia, un arcaico filo di Arianna, la via d’uscita di Teseo dal labirinto di Cnosso che ci connette indirettamente e con continuità fino a 30.000 anni fa, alla fine del Musteriano, colmando una secolare lacuna archeologica che si è protesa fino al Paleolitico Superiore.

Nel riparo più ampio, a seguito di scavi effettuati negli anni ‘60 del secolo scorso, è stato infatti individuato un giacimento archeologico che copre un arco temporale che va da 29-20 mila anni fa (Gravettiamo) a 10 mila anni fa (Romanelliano), periodo, quest’ultimo, al quale dovrebbe riferirsi anche un ciottolo inciso con figure, d’incerta interpretazione, rinvenuto durante la pulizia del deposito superficiale da parte dell’archeologo De Borsatti e che presenta alcune affinità con quelli trovati all’interno di grotta Romanelli (Castro).

bibliografia

BIASCO A., San Dana nella storia del Capo di Leuca, 1979.

BORZATTI VON LÖWENSTERN E., Un ciottolo inciso del riparo “Le Cipolliane” (Novaglie, Lecce), in Rivista di Scienze Preistoriche, XVII, 1-4, pp. 269-272, 1962.

BORZATTI VON LÖWENSTERN E., GUERRI M., Novaglie (Prov. di Lecce), in Rivista di Scienze Preistoriche, XIX, pp. 311-312, 1964.

PALMA DI CESNOLA A., Notiziario, in Rivista di Scienze Preistoriche, XVI, p. 258, 1961.

SAMMARCO M., Le Grotte preistoriche del Capo di Leuca. Primo contributo alla carta archeologica, in Grotte e dintorni, anno 2, n. 4, p. 70, dicembre 2002.

sitografia

Marco Piccinni pubblicato su www.salogentis.it il 15 aprile 2010.

Escursioni alle grotte nella costa di leuca

escursioni alle grotte nella costa di leuca

Un tuffo nel passato nello splendido scenario della costa di Leuca

La proposta di escursione prevede un magnifico viaggio nel tempo, oltre che nello spazio, alla riscoperta di luoghi magici che celano scorci incantati, tesori di inestimabile valore sotto il profilo storico-naturalistico che solo la navigazione sottocosta può svelare.

La motonave vi condurrà in un viaggio indimenticabile tra le meraviglie nascoste della costa di Leuca, partendo dal caratteristico porticciolo turistico di Torre Pali, località balneare tra le più frequentate nel Salento che prende il nome da un’affascinante torre costiera, costruita nel 1563 su di uno scoglio isolato a circa 20 metri dalla riva.

La sua funzione preminente era di difesa dell’entroterra salvese dalle scorrerie dei pirati, che infestavano i nostri mari portando sventure e calamità alla povera gente del posto.

La navigazione procede sottocosta lungo le dorate distese sabbiose di Marina di Pescoluse e Posto Vecchio, una lunga spiaggia incantevole che fa da cornice ad un mare cristallino e dalle sfumature cromatiche caraibiche.

Giunti nelle acque di Torre Vado l’attenzione del navigante si volge su una delle torri costiere in miglior stato di conservazione del Salento.

La torre, risalente intorno alla metà del XVI secolo, si erge maestosa a ridosso del piccolo porto dell’omonima località, del tutto priva della sua originaria funzione difensiva.

Le docili onde del mare ci conducono nella suggestiva insenatura di Torre San Gregorio, che da più di due millenni e mezzo ospita un piccolo approdo.

Dell’antico porto sono visibili alcune vestigia di età messapica e romana, sia a terra (allineamenti di blocchi ciclopici a ridosso della linea di costa) sia sommerse (un’opera frangiflutti che fungeva da protezione dell’insenatura dai venti meridionali).

Dopo aver salutato l’antico approdo dei Messapi di Vereto (Patù), la nostra imbarcazione ci accompagna verso Santa Maria di Leuca, località nota agli antichi come situata “ai confini del mondo”, dove il noto lascia spazio all’ignoto e l’immaginario collettivo ha ambientato eventi mitici e fantastici, ha localizzato dimore di dei, eroi e mostri terrificanti, come attestato dai nomi attribuiti ad alcune delle grotte di Finibus Terrae.

L’escursione proposta si pone come obiettivo quello di far scoprire al visitatore questi luoghi celati, spesso inaccessibili dalla terraferma, che proprio per la loro misteriosità sono stati oggetto di superstizioni e di culti primordiali.

Molte delle grotte che andremo a visitare hanno restituito tracce di frequentazione antropica risalenti a decine di migliaia di anni fa, ossia al Paleolitico medio (130000/35000 anni fa), quando l’Uomo di Neanderthal fissò nel Salento i suoi campi base, utilizzando queste grandi cavità naturali come ripari e dedicandosi a tempo pieno all’attività di caccia nelle ampie foreste alternate a macchia e prateria, dove non era difficile imbattersi in elefanti, rinoceronti, cavalli, cervidi, orsi, cinghiali, iene ed ippopotami.

La Grotta del Drago è il primo degli antri che incontriamo nella nostra navigazione di cabotaggio. L’acqua al suo interno, di colore verde-azzurro, crea spettacolari giochi di luce sulle pareti e nel fondale della cavità.

La grotta consiste in un ampio vano che presenta due immense aperture, alte circa 30 metri, separate da un pilastro di roccia. Essa prende il nome da uno scoglio che mostra notevoli affinità morfologiche con un drago.

Al suo interno la grotta ha conservato un deposito preistorico, che presenta resti faunistici di pachidermi (elefanti e rinoceronti) vissuti circa 70000 anni fa, quando le condizioni climatico-ambientali (periodo interglaciale Riss-Würm) erano molto più adatte alla natura di questi animali. Alcuni pescatori del luogo asseriscono che la grotta ospitava alcuni decenni or sono una foca monaca.

Poche miglia più a sud-est ci imbattiamo in una delle cavità carsiche più rilevanti dal punto di vista paletnologico: si tratta della Grotta dei Giganti, che è stata oggetto di esplorazioni già a partire dal ‘600, quando il canonico alessanese Francesco Pirreca rinvenne numerose ossa di pachidermi che classificò come ossa di giganti.

Nel secolo scorso altre prospezioni, effettuate nella parte bassa della grotta, hanno permesso di individuare un ricco giacimento di industria su selce e su calcare di fase musteriana (complessi litici riferibili all’uomo di Neanderthal) unitamente a ceramiche attribuibili all’età del Bronzo (4300-3000 anni fa), mentre ad una quota superiore è stata rinvenuta una tomba di età altomedievale (IX sec. d.C.), ceramica coeva e cinque monete di bronzo di Costantino VII e Romano I.

Lasciata alle spalle la Grotta dei Giganti, ci si dirige verso un’altra cavità che si apre tra le vertiginose rocce di Punta Ristola, anch’essa ricca di fascino e di suggestione: si tratta della Grotta delle Tre Porte, che prende il nome dagli immensi triplici ingressi attraverso i quali il vano interno semisommerso comunica con il mare.

Lungo le pareti interne ed esterne si notano lembi di riempimento detritico concrezionato, che contengono frammenti di ossa, talora combuste, di fauna di prateria e di elefanti e rinoceronti.

Sulla parete settentrionale del vano interno della grotta si può osservare un cunicolo che si estende per 27 metri e che termina con un’ampia camera ricca di stalattiti e stalagmiti.

Questa cavità si chiama Antro del Bambino, perché in essa fu rinvenuto un dente (un molare superiore sinistro) appartenuto ad un bambino neandertaliano di circa 10 anni, associato a resti di focolari, industria musteriana su selce e calcare e ossa fossili di fauna pleistocenica.

Continuando il periplo dell’Akra Iapigia, il lembo di terra più meridionale della Puglia, si osservano nascoste tra le bianche scogliere leucane altre numerose cavità, alcune delle quali purtroppo non raggiungibili dal mare.

Una di queste è la celeberrima Grotta del Diavolo, antro che incute superstiziosi timori a tal punto che lo scrittore francese Francois Fenelon, nel quattordicesimo volume delle sue “Aventures de Telemaque” lo descrisse come “l’ingresso degli inferi attraverso cui il figlio di Ulisse si spinse alla ricerca del padre”.

Esplorazioni effettuate nella grotta nel corso dell’800 e del secolo scorso hanno portato alla luce depositi contenenti fauna di mammiferi, resti ossei umani, valve di molluschi, strumenti in selce e numerosi reperti ceramici databili al Neolitico Finale e all’età del Bronzo (5000-3000 anni fa).

Dalla Grotta del Diavolo si può raggiungere, attraverso un sentiero, la Grotta Porcinara, molto conosciuta al tempo dei Messapi in quanto vi si svolgevano dei riti in onore di Batas, una divinità maschile che impugna il fulmine.

La grotta si apre su Punta Ristola, di fronte all’ideale punto di incontro tra i due mari Ionio e Adriatico.

Era il luogo in cui i Messapi scambiavano prodotti e conoscenze con i mercanti greci, i quali portavano doni – vasi attici, crateri ed anfore a figure rosse e nere – al dio del fulmine e incidevano iscrizioni per chiedere protezione alla divinità venerata nella grotta contro i pericoli del mare, per ringraziare il dio per la buona riuscita della traversata del breve tratto di mare che separa la costa salentina da quella illirica, per sciogliere qualche voto.

Superata la Grotta del Diavolo e le annesse vicende mitiche e storiche, proseguiamo il nostro periplo verso est, dove a circa duecento metri, nel Canale “Sparascenti”, rimaniamo estasiati davanti all’ingresso della Grotta del Fiume, così chiamata per un avvallamento che la sovrasta, prodotto dell’erosione di un antico torrente che sfociava nel mare.

La grotta è profonda circa trenta metri ed accedendovi a piedi è possibile arrivare da un passaggio alla Grotta del Presepe.

La navigazione, a questo punto, procede verso est, dove è possibile ammirare Punta Meliso, con il promontorio che dolcemente si inabissa nelle profondità del Mare Mediterraneo, con le rocce calcaree che abbagliate dal caldo sole del Salento diventano bianche, come l’imponente faro (costruito nel 1864) che dall’alto dei suoi 47 metri emette un fascio luminoso che nelle ore notturne si specchia nelle acque antistanti l’Akra Iapigia.

Se il faro è un fondamentale punto di riferimento per i naviganti di questo tratto di mare, il Santuario di S.M. de Finibus Terrae, di recente visitato anche dal pontefice Benedetto XVI, rimane una delle mete più importanti per i pellegrini che giungono ogni anno da ogni parte del mondo, anche perché una leggenda narra che almeno una volta nella vita occorre visitare il Santuario di Leuca se si desidera ottenere pace e beatitudine nell’Aldilà.

promontorio japigio la motonave si dirige verso nord, alla scoperta delle numerose grotte che si aprono, alla base della selvaggia falesia alta fino a 60 metri, sul mare di colore blu intenso, che in questo tratto raggiunge a pochi metri dalla costa la profondità di 20-30 metri.

Incontriamo in una interminabile successione cavità modellate dall’azione erosiva del mare con scorci ed effetti luminosi di inimitabile bellezza: Grotte di Terrarico, Grotte di Verdusella, Grotta la Cattedrale.

Una delle grotte più suggestive del litorale di Levante è la Grotta della Vora, una cavità alta più di 25 m con la volta attraversata da un inghiottitoio, che crea meravigliosi giochi di luce.

Le grotte si susseguono innumerevoli una dopo l’altra. Ci imbattiamo così nella Grotta dell’Ortocupo e la Grotta del Soffio. Si tratta di due cavità molto vicine tra loro, poste in una piccola insenatura.

Sono grotte dall’atmosfera magica e surreale, nelle quali l’acqua dolce purissima si mescola con quella marina, creando spettacolari effetti coloristici.

Quando l’aria dall’interno viene espulsa all’esterno, si crea un particolare spruzzo, denominato “soffio”.

A breve distanza dall’Ortocupo e dal Soffio si aprono le due Grotte della Vora, molto vicine tra loro. Sono così chiamate per il foro circolare (detto in dialetto salentino “vora”), formatosi sulla volta della cavità ad oltre 60 metri di altezza.

Il fascio di luce che vi penetra, a contatto con l’acqua del mare, crea suggestivi effetti luminosi a tal punto che, quando ci si trova all’interno, si ha l’impressione di essere in una maestosa cattedrale.

La nostra escursione termina presso le Grotte delle Mannute, cavità a mezza costa con cupole che si caratterizzano per la presenza di stalagmiti e stalattiti che raggiungono i sette metri di altezza.

Dopo aver rivolto l’ultimo sguardo al mare Adriatico, con i suoi promontori che degradano a picco sul Canale d’Otranto, la motonave vi riporterà nel porticciolo di Torre Pali, da cui siamo partiti per questo straordinario viaggio tra le meravigliose grotte dell’Akra Iapigia, seguendo il cammino del sole che in questo ultimo scorcio della giornata mestamente va a nascondersi dietro le frastagliate montagne dell’antica Enotria, per riapparire magicamente l’alba successiva alle spalle degli Acrocerauni, la catena montuosa dai profili ruvidi e grigiastri che attraversa l’Epiro e la Grecia settentrionale, visibile all’orizzonte nelle giornate in cui il cielo è limpido.

Il Sentiero del Ciolo

Il sentiero del ciolo

Archeologia e civiltà contadina nel Paesaggio di pietra del Capo di Leuca

Il sentiero del ciolo

Archeologia e civiltà contadina nel Paesaggio di pietra del Capo di Leuca

 

Paesaggi di pietra: un ambiente interamente costruito adattando la natura alle necessità
della vita; pietre intrise di umanità e di sudore […]. Le pietre sono testimonianze di rapporti
remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, ma soprattutto
pietre sovrapposte con perizia secolare per costruire una miriade di piccole costruzioni o
di muretti […]. In questa regione affamata di terra la pietra si trasforma da ostacolo in
materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura (VINCENZO CAZZATO).

 

Il paesaggio che fa da cornice al Canale del Ciolo è un susseguirsi di veri e propri monumenti della civiltà contadina: villaggi di capanne litiche circondati da dedali di muretti a secco, che si stagliano in perfetto equilibrio su un promontorio proteso verso il mare, dove l’orizzonte in alcune giornate limpide collima con la catena montuosa degli Acrocerauni.

Le opere in pietra testimoniano una continua lotta tra l’uomo e la natura, con il primo impegnato a liberare spazi coltivabili e arabili anche laddove la seconda sembrava nettamente prevalere.

L’asprezza di queste contrade è stata descritta da Cosimo De Giorgi, che ha percorso stradine campestri per discendere nelle valli e nei burroni, arrampicandosi tra i sassi delle colline che fiancheggiano l’Adriatico e la vegetazione tipica della Macchia mediterranea, che copre di verde tutto l’altopiano:

bisogna tentare una ginnastica da scojattoli, scriveva lo studioso-viaggiatore, per osservare i burroni profondi e tanto pittoreschi del Ciolo e di Novaglie, che somigliano alle gravine di Castellaneta nel Tarantino, e per visitare le grotte delle Prazziche, molto sollevate sul mare, di fronte all’immenso mare di Leuca.

Il sentiero, ora perfettamente fruibile, si snoda in un paesaggio mozzafiato a picco sul mare, dove lo sguardo spazia da Punta Palascìa (presso Otranto) al profilo erto dell’isola di Othonoi (Fanò).

Sulle alte falesie del Canalone, sospese tra Terra e Mare, si affacciano una miriade di cavità che da sempre hanno offerto riparo e protezione ad uomini ed animali.

La stessa località è stata intensivamente indagata, negli anni ’60, da un’equipe di archeologi dell’Istituto Italiano di Paleontologia Umana, coadiuvata da alcuni gruppi speleologici locali, con ottimi riscontri dal punto di vista della conoscenza della Preistoria salentina.

I depositi rinvenuti all’interno delle grotte hanno conservato importanti reperti che attestano una frequentazione fin da epoche molto remote.

Tra una pajara e una mantagnata, tra una liama e un muro paralupi, si giunge al cospetto di una cavità naturale che si apre a 35 metri sul livello del mare lungo il costone sudoccidentale del Canale del Ciolo.

Si tratta della Grotta dei Moscerini, così definita per via del cunicolo orizzontale infestato dai moscerini. Nel 1962 fu effettuato un piccolo saggio di scavo che ha messo in evidenza tracce di un focolare e numerosi frammenti di vasi ad impasto dell’età del Bronzo.

Dieci anni dopo, nel 1972, venne rilevata dal Gruppo Grotte Milano, condotto da Adriano Vanin, che segnalava la presenza non solo degli insetti ma anche di nasse utilizzate dai pescatori del luogo.

A poche decine di metri di distanza – a 60 metri s.l.m. – si individua una cavità, inglobata in una proprietà privata, il cui ampio ingresso è chiuso da un muretto a secco.

L’ambiente interno ospita un vecchio albero di fico che pare abbia trovato il suo habitat ideale, mentre delle buche nel sedimento di terra indiziano la presenza di piccoli mammiferi assopiti nel lungo letargo invernale.

La grotta è costituita da un ampio ingresso da cui si dirama un corridoio, il cui sviluppo si segue con lo sguardo per pochi metri. Un altro cunicolo, di ridotte dimensioni, si apre a circa tre metri di altezza sulla parete a sinistra.

Frammenti di ceramica ad impasto protostorica e acroma di incerta datazione si rinvengono qua e là sparsi, sia sulla superficie interna della grotta che sul terrazzamento antistante.

Sull’opposto pendio del Canale del Ciolo si apre, a 62 metri s.l.m., la Grotta Prazziche di Sopra, da alcuni anni attrazione di un noto locale notturno. Lunga 42 metri e larga 6 metri, è stata oggetto di due campagne di scavo svoltesi nel 1964 e 1965, che hanno messo in luce una stratigrafia con abbondante fauna (cervi, volpi, cavalli e bovidi) in associazione con industria litica su calcare forse del Paleolitico superiore.

Di estrema importanza archeologica è il rinvenimento di industria neolitica legata a tecniche di lavorazione paleolitiche, che dimostra il lento processo di neolitizzazione della popolazione indigena, rispetto ad altri gruppi umani della penisola già assimilati dalla nuova cultura neolitica.

I rinvenimenti più importanti da Grotta Prazziche sono stati effettuati dall’archeologo Borzatti Von Lowenstern. Si tratta di due oggetti d’arte mobiliare: un osso fluitato dipinto a macchie rosse ed un ciottolo graffito.

Un’altra cavità che ha conservato per millenni frammenti di storia umana è la Grotta della Serratura, in località Fogge, a nord del canalone.

Anche in questo caso le indagini di superficie hanno rilevato la presenza di un deposito archeologico che consisteva in ceramica riferibile a diverse fasi dell’età protostorica.
(Marco Cavalera)

grotte cipolliane (gagliano del capo)

Marco Cavalera, Marco Piccinni

La terra e il mare, due elementi dalle caratteristiche organolettiche agli antipodi, fisicamente distanti ma al contempo sempre così vicini: si rincorrono, bisticciano, si baciano.

Le acque dalle quali le terre sono emerse sembrano quasi che vogliano schiaffeggiare quelle rocce che ne sovrastano la superficie, per poi cullarle dolcemente pochi istanti più tardi, quando la rabbia è ormai scemata.

Lungo le falesie del Salento quelle rocce guardano costantemente il mare e si protendono ad esso con una velata nostalgia, rimpiangendo quasi i tempi che furono.

Una linea di confine, pattuita dopo estenuanti battaglie, sulla quale decisero di marciare alcuni dei primi insediamenti umani, probabilmente estasiati da quel tripudio di colori e profumi che gli dei hanno voluto porgere in dono.

Anche noi oggi camminiamo su quelle falesie; non ci sono più i Neanderthal, non c’è più il mare che ci guarda a testa in su, solo un mistura di profumo di timo, origano ed erba cipollina a conferire il tocco dell’artista alle Grotte Cipolliane.

Si tratta di tre ripari che si aprono sulla falesia esposta ad est, sull’alta scogliera a metà strada tra le località marine di Novaglie e Ciolo, nel territorio comunale di Gagliano del Capo.

Il mare, che ora si trova a 30 metri più in basso, un tempo invadeva con prepotenza questi ambienti. Lo testimonia la ricchissima documentazione di conchiglie, pecten e rudiste che ricopre completamente la superficie interna dei tre antri, scavati naturalmente nella roccia friabile e porosa del Terziario (65 – 1,8 milioni anni fa).

Il riempimento della cavità si caratterizza per la presenza di sabbie e detriti calcarei minuti, associati a industria litica (lamelle a dorso, piccoli grattatoi circolari) di tipo romanelliano (9-12 mila anni fa) e ad abbondantissimi resti faunistici (equidi, bovidi, cervidi, asini selvatici, piccoli mammiferi e uccelli).

Ovunque si appoggi il piede non si può fare a meno di calpestare minute selci scheggiate, frammenti fossili di ogni genere, gusci intatti di molluschi bivalvi che hanno permesso di avanzare l’ipotesi di un’economia prevalentemente basata proprio sulla raccolta di questi ultimi, attività che caratterizzerà il Mesolitico europeo qualche millennio dopo.

La fauna (tipica di un clima freddo) e l’industria litica rinvenuta fanno pensare ad un riempimento della superficie delle cavità avvenuta alla fine della glaciazione di Würm, circa 10 mila anni fa, quando il mare in regressione avrebbe messo in luce una fascia costiera, attualmente sottomarina, sulla quale si sarebbero formate delle dune di sabbia antistanti alla grotta, i cui granuli trasportati dal vento si sono pian piano adagiati fino in profondità della breve caverna, mescolandosi a sedimenti calcarei provenienti dallo disfacimento delle pareti e della volta della cavità.

Camminiamo ancora su quella linea immaginaria di questa magnifica falesia, un arcaico filo di Arianna, la via d’uscita di Teseo dal labirinto di Cnosso che ci connette indirettamente e con continuità fino a 30.000 anni fa, alla fine del Musteriano, colmando una secolare lacuna archeologica che si è protesa fino al Paleolitico Superiore.

Nel riparo più ampio, a seguito di scavi effettuati negli anni ‘60 del secolo scorso, è stato infatti individuato un giacimento archeologico che copre un arco temporale che va da 29-20 mila anni fa (Gravettiamo) a 10 mila anni fa (Romanelliano), periodo, quest’ultimo, al quale dovrebbe riferirsi anche un ciottolo inciso con figure, d’incerta interpretazione, rinvenuto durante la pulizia del deposito superficiale da parte dell’archeologo De Borsatti e che presenta alcune affinità con quelli trovati all’interno di grotta Romanelli (Castro).